giovedì 8 ottobre 2020

L'addio doloroso e rocambolesco alla "città magica"violata.

 

 Sono particolarmente angosciata perché per strada ho già cominciato a chiedere  

agli Italiani in macchina che ho incontrato – ce ne sono molti in città – un passaggio

 per rientrare. Ho ricevuto ogni volta un rifiuto. Non collaborano, si chiudono a riccio,

 forse perché non si fidano. Certo, è duro solidarizzare quando si ha paura, anche se il

 pericolo dovrebbe cementare lo spirito di gruppo. Il passaggio in macchina è, d’altronde,

obbligato, è l’unica possibilità, perché treno e aereo sono bloccati. Comincio allora  a 

pensare  ad un’opportunità che l’indomani voglio verificare.

Ed eccomi pronta a partire con “armi e bagagli” -  si fa per dire -  e se tutto 

va bene. Irena mi accompagna. Per il mio soggiorno aveva preso le ferie presso

 lo studio di architettura dove lavora. saliamo verso Mala Strana. Io ho una patria 

d’elezione, la Francia, tradizionalmente”terre d’accueil”. Voglio raggiungere 

quell’ambasciata per tentare di uscire dal paese.

Nel piazzale davanti alla sede dell’ambasciata francese vediamo una piccola

 folla che si va via via ispessendo e tante macchine, quando arriviamo.

 

 

Persone e auto in attesa di partire davanti all'Ambasciata Francese

Le macchine cominciano a organizzarsi in una carovana.



Riesco con facilità a incontrare i responsabili dell’organizzazione per  l’emergenza,

che si rivelano gentili e disponibili in modo nient’affatto formale verso di me. Mi  

informano subito che hanno organizzato una colonna di macchine per portare fuori

 dal paese le persone che lo hanno richiesto. Purtroppo le auto attualmente disponibili 

sono occupate. Ma non devo scoraggiarmi. La prossima vettura che sopraggiungerà,

 con un posto libero, sarà la mia opportunità. e, in effetti, non è neanche lunga l’attesa.

 

 


La colonna di macchine è pronta a partire.


Una Mini  Morris arriva con due giovani a bordo. Si presentano come

 due giornalisti  francesi e sono addirittura contenti che io faccia il viaggio 

con loro, perché, sostengono, grazie  alla tradizionale galanteria slava,

il materiale fotografico cui tengono tanto potrà  passare il confine se io me

 lo terrò addosso; certamente i militari non si permetteranno mai di perquisire

 me. C’è, piuttosto, ancora qualche problema da risolvere. Non possiamo  da 

subito seguire la colonna perché i due giovanotti devono restituire le chiavi

 del residence universitario e devono ancora scattare alcune foto alla tomba 

di  Kafka al vecchio cimitero ebraico. Raggiungeremo successivamente la 

colonna in marcia. E’ sufficiente conoscere con precisione l’itinerario che i 

responsabili  intendono seguire . Perciò andiamo insieme a documentarci e

 ad avvertire delle nostre  necessità i funzionari alla guida dell’organizzazione.

         E’ il momento duro dei saluti in un contesto penoso. Irena aspetta,

impietrita,la nostra partenza.

 

Irena nel momento degli addii davanti alla Mini Morris che mi ha dato un prezioso passaggio.

  La violenza della separazione è molto dolorosa anche per me. In un certo

senso mi sembra di fuggire, abbandonando i miei amici alla loro sorte che, al

momento, non promette niente di buono. Cerco di distrarmi pensando al

 privilegio di poter visitare, nonostante tutto, la tomba di Kafka.  All’arrivo

l’atmosfera è, ancora una volta,assurda. Viene ad aprirci il cancello cigolante

 un piccolo vecchio ricurvo con una berretta di lana e gli occhialetti tondi scesi 

sul naso – che sia il padre del Golem? – che ci accoglie come se tutto quello che

 sta accadendo non esistesse per lui. Ci accompagna attraverso l’accatastamento 

caotico delle antiche lapidi con passo instabile, ma con guida sicura, fino alla

 tomba del  grande scrittore e poi, discreto, si allontana.

 



 L'accumulo delle lapidi ...


 

...  nel vecchio cimitero ebraico di Praha.

Preparativi per la foto  alla tomba del grande scrittore......

 


 



 


.. anche la foto alla tomba del grande scrittore è ormai acquisita


    Alla conclusione della visita, prima di risalire in macchina,troviamo 

un gruppo di persone che ci pregano, una volta che avremo superato la frontiera, 

di impostare le lettere che desiderano affidarci, destinate ai loro cari lontani. 

Volentieri ci assumiamo l’impegno. Altri spessori sotto i miei abiti, per fortuna 

non così leggeri come la stagione imporrebbe. L’ansia ha accentuato la mia 

natura freddolosa e poi ho creduto furbo alleggerire il bagaglio mettendomi 

addosso il più possibile di indumenti; come una cipolla strato su strato...

     Accetto i miei compiti delicati con la consapevolezza del pericolo insito,

 ma non  ho paura. Svolgo semplicemente il ruolo che è più adatto a me.

 E’ il modo  che mi si presenta per fare anch’io la mia parte e rendermi

utile.Profittiamo dell’incontro per chiedere indicazioni sull’itinerario da 

seguire  per raggiungere la carovana. Una volta riconsegnate le chiavi 

all’università, Riceviamo segnali incoraggianti e decisi, ancora una volta,

sulla direzione da seguire. Anche qui uomini e donne di ogni età e condizione,

appena individuata la targa straniera, si sono fatti intorno e hanno posto 

con ansia domande.   “Verso dove intendete dirigervi?”“Quando avete

 deciso di partire?”I  loro parenti si trovano in Francia, in Germania, 

in Nuova Zelanda,in Canada, negli USA. Ci chiedono se possiamo 

promettere di far partire la posta per i parenti lontani che ricevano così

 notizie dirette sulla realtà attuale delle loro famiglie e della loro città. 

E noi a cercar di rassicurare, a collaborare, ad essere solidali, per il

poco che ci è possibile, a seguire diligentemente le nuove indicazioni 

che ci offrono per raggiungere la colonna organizzata e, con lei, la

frontiera.Solo dai giornali, molti giorni dopo, riuscirò a capire che 

cosa era successo. A rendermi conto perché non eravamo mai riusciti 

a riunirci alla colonna dell’ambasciata e ci eravamo trovati, al tramonto,

in mezzo a una foresta di abeti, a un valico di frontiera talmente 

secondario che le uniche costruzioni visibili erano le garitte dei 

doganieri e della polizia di frontiera, oltre al bel negozio dalle ampie 

finestre – a rendere l’ambiente, che profuma di legno e resina,  molto

luminoso – dove una ragazza, sorridente e con le gote arrossate, 

scartava con cura i luccicanti cristalli, ad uno ad uno, per disporli 

con ordine e precisione sugli scaffali, come se nulla fosse accaduto 

nel suo paese. La dimensione della surrealtà che ritornava: 

disinformazione dettata dall’isolamento oppure, ancora una volta, 

l’autocontrollo della ragione?Durante tutto il percorso, infatti, non

avevamo incontrato neppure un militare in divisa, nessun cingolato,

 nessun blindato. Niente di niente. Come se tutto quello che avevamo 

drammaticamente vissuto a Praga non fosse stato nient’altro che un 

incubo, un terribile incubo pieno d’angoscia. In realtà i bravi Praghesi 

avevano manomesso tutti i segnali stradali per disorientare gli occupanti. 

A noi, poi, in particolare, le persone  che avevamo incontrato lungo il nostro

 solitario cammino, ci avevano indirizzato, con le  loro informazioni, verso

 quell’uscita estremamente secondaria, fuori mano, dove più difficilmente

 ci saremmo scontrati con carri armati e soldati.Ma le sorprese sgradevoli 

non sono ancora finite. Quando i due giornalisti si presentano al controllo

della polizia cecoslovacca di frontiera, vengo a sapere che uno di loro non

 è per niente francese, ma polacco e, per di più, è senza passaporto. Niente 

da fare.  Non sono possibili mediazioni né compromessi, neppure in una 

circostanza così eccezionale.I militari sono inflessibili come al solito, anche

nel momento più insolito.Mi spoglio allora del materiale fotografico, lo 

restituisco ai legittimi proprietari, conservo la posta raccolta nella speranza 

di poter portare a termine l’impegno assunto, ringrazio del provvidenziale

 passaggio e, con qualche imbarazzo, mi congedo. Loro devono restare per

forza. Io devo tentare di proseguire. Non so proprio come. Mi metto

pazientemente sul bordo della strada per Vienna e aspetto di nuovo un 

passaggio prima che scenda la notte.Da questa dannata strada, però

 sembra che non passi proprio nessuno. L’attesa è molto lunga, disperante.

 Finalmente un’elegante auto sportiva blu notte appare davanti alla sbarra.

 Al mio cenno si ferma, quando mi passa davanti. Non mi pare vero. E’ 

un’auto italiana con una coppia a bordo.Sono molto gentili, ma mi fanno 

notare con fermezza che proprio non posso salire. In tutta evidenza i posti

 a bordo sono due soltanto e, entrambi, sono già occupati. Spiacenti,

dunque, ma non c’è posto per me .Rifiuto d’arrendermi all’evidenza 

e per disperazione insisto, propongo di mettermi al posto dei bagagli

che terrò sulle ginocchia. Per mia grande fortuna ho davanti a me 

due persone con la coscienza vigile, che si rendono conto con realismo

del ginepraio in cui mi trovo, sperduta tra gli abeti, con la notte che 

incombe e nient’altro intorno.Nessun’altro a cui rivolgermi.Arrivo 

dunque con loro fino a Vienna. Il breve viaggio serve a conoscerci. 

Resteremo amici. Lui è un medico abruzzese con  la moglie.Era a

Praga per il congresso internazionale. Ha la passione del volo a 

vela. E’ campione di volo con l’aliante. Sono due persone rare.

 Approdiamo in un albergo tutto specchi e dorature nel centro di

 Vienna, verso mezzanotte .Non posso certo cercare un altro posto,

 a quell’ora, per dormire, che sia più alla mia portata. Ho lasciato 

quasi tutte le mie risorse a Irena, pensando che ne avesse più bisogno 

di me. Mi consolo considerando che, alla peggio, resterò a  lavorare

 come cameriera, quanto basti per saldare il debito.La hall è ancora

 piena di gente che discute animatamente, immersa nei soffici divani.

Ci avviciniamo prima di salire alle nostre camere, anzi, quando 

si accorgono del nostro arrivo ci vengono incontro con vivo interesse.

Sono i"giornalisti di prima linea”,soprattutto italiani,che costruiscono 

così i loro servizi, chiedendo notizie a chi arriva dall’al di là della

 frontiera. Almeno  in quell’occasione questo è quel che ho constatato 

di  persona.  Qualche ora di sonno molto confortevole e riposante. 

Poi, di nuovo, separazioni  e saluti, con l’impegno a rivedersi presto.

 Io devo restare ancora per un poco, perché devo parlare con qualcuno

dell’ambasciata francese per spiegare perché non siamo mai riusciti a

 raggiungere la colonna, che comunque io sono passata senza problemi 

alla frontiera, mentre i due giornalisti sono bloccati senza molte speranze

di poter risolvere da soli i loro problemi.In serata prendo il treno per 

l’Italia.Ci sono solo posti in piedi. Mi ricordo allora di un viaggio  

anch’esso notturno e  molto affollato Paris - Marseille, alcuni anni

 prima,in piena guerra di liberazione dell’Algeria, quando però i 

numerosi Algerini – che a Marsiglia avrebbero dovuto proseguire 

con la nave fino a Orano – mi cedevano a turno il posto a sedere. 

Qui invece non c’è traccia di galanteria e tantomeno di collaborazione 

solidale. Quell’orizzonte si deve, nel frattempo essere completamente 

chiuso. Già a Tarvisio sono allo stremo. A Milano sono costretta a

 interrompere il viaggio e decido allora di fare una sosta per riprendere 

fiato e incontrare  la mia amica Lelia e la sua  famiglia. Li raggiungo

proprio quando sono in partenza per la loro casa sul lago di Garda. 

Come un automa li seguo per il fine settimana. 

  Immersa nell'affetto sereno degli amici

 

     E’ in un momento di lucidità residua che mi preoccupo di telefonare

 a casa per tranquillizzare i Miei.

       Quando, alla fine, approdo a Roma, sono convinta di uscire dalla Storia 

per rientrare nella normalità quotidiana. E invece...

       Certo il ritorno a casa produce una forte emozione. Sulle prime

l’emozione prende inevitabilmente il sopravvento, e la preoccupazione, 

che assorbe tutte le  mie facoltà,  quella di rincuorare i Miei, che 

appaiono particolarmente provati, anche se vorrebbero sembrare  tranquilli 

e  contenti ,ora che tutto si è concluso per me,senza troppi danni visibili.

Ma, dopo qualche giorno, la sensazione di disagio persiste, senza che,

peraltro, io riesca a individuarne l’origine vera. Piccoli dettagli continuano 

a infastidirmi oltre il dovuto e do la colpa all’esperienza traumatica appena

vissuta. Libri fuori posto, oggetti un po’ sciupati, come se fossero caduti e

 avessero preso una botta. Comincio a fare qualche domanda con discrezione.

 alla fine la rivelazione dell’ultimo atto del dramma.

       Quando i miei genitori  sono tornati a casa precipitosamente per le

notizie degli avvenimenti praghesi, nella speranza di ricevere così qualche

segnale, di riuscire a stabilire più facilmente qualche contatto

 (naturalmente anche le linee telefoniche sono state interrotte e i vari

messaggi affidati agli Italiani, pronti a rientrare in macchina, incontrati

per strada a Praga, non sono mai arrivati) hanno trovato la devastazione.

Annus horribilis per noi quell’anno! La notte prima del loro rientro 

erano entrati i ladri a casa ed avevano rubato, fracassato, insozzato, 

imperversato con ogni sorta di nefandezze. E i Miei avevano fatto

appena in tempo a ridare una parvenza di normalità all’abitazione 

per evitare che al mio rientro ricevessi una frustata supplementare.

Una tragedia nella tragedia, insomma.Una stagione per me, quella

dell’estate 1968, plumbea, nella dimensione pubblica e privata,

senza scampo, irrimediabilmente indimenticabile. E se il tempo è, 

come si suol dire,una buona medicina, per noi ne sono servite dosi 

massicce per guarire alla vita.

 

 

 

 

 

 

 

Epilogo.

    Che esperienza, la mia! Tragica senza alcun dubbio, 

ma anche con aspetti paradossali  e in forte contrasto.

    Come il terrore del primo impatto dei Praghesi  con i mig 

appena atterrati  che vomitano tanki carichi di soldati mongoli

che si rivelano presto un parto assurdo della paura. In contrasto 

netto con il comportamento che quegli stessi cittadini imposteranno 

durante il giorno come se una voce sotterranea rapidamente diffusa

li avesse concordemente spinti a un generalizzato, freddo tentativo

di fraternizzazione con i biondi giovanotti in divisa sui carri armati. 

Iniziativa, a quanto pare, efficace, riuscita e giudicata molto rischiosa,

se i dirigenti sovietici decidono che il giorno dopo tutte le truppe 

devono essere sostituite e deve essere vietato in modo assoluto 

qualsiasi contatto dei nuovi soldati con i cittadini di Praha.

    Coraggio ragionato – il popolo ceco trae il suo approccio cartesiano

alla vita dal fatto di essere stato il protagonista,all’est dell’Europa,

della prima rivoluzione industriale – ed  estremo,dettato dalla condizione 

altrettanto estrema in cui si sono venuti a trovare inaspettatamente gli 

abitanti della città in contrasto stridente con l’ingenuità totale dei soldati 

di leva,convinti di partecipare semplicemente alle manovre  abituali del

 Patto di Varsavia, assolutamente inconsapevoli di costituire un esercito

invasore. Razionali  e iperattivi, i giovani praghesi che in un baleno 

bendano le statue dei loro eroi e pensatori perché non debbano osservare 

tanto scempio e, ai loro piedi, si affannano a confezionare senza 

sosta manifesti con cui ricoprire ogni muro della città perché tutti 

siano informati di quel che sta accadendo insieme con le iniziative

per opporsi all’affronto assurdo patito; senza tuttavia dimenticare 

di rendere pubblicamente esplicito,sempre tappezzando i muri della 

città, il forte legame di stima e di identità di intenti tra il popolo e i

suoi rappresentanti eletti.

    Efficaci e tempestivi i diplomatici francesi che organizzano l’esodo 

dei loro concittadini e anche altri stranieri che il turismo congressuale 

o culturale ha intempestivamente portato in città,in opposizione,

 purtroppo,netta e chiara con la totale inefficienza della parallela

struttura organizzativa  italiana che altrettanto prontamente  si 

svuota proprio nel momento in cui sarebbero indispensabili i 

suoi servizi.

       E ancora un contrasto significativo: i capannelli di semplici

cittadini  che avvicinano  gli stranieri in uscita per porgere 

malinconicamente lettere da impostare -una volta varcata la frontiera-

come condannati rassegnati a una sorte ineluttabile e, come sarà reso

esplicito qualche giorno dopo dalla stampa internazionale, l’iniziativa

 capillare di quegli instancabili cittadini anonimi che provvederanno a

 modificare la direzione di ogni segnale stradale per  offrire il proprio

 contributo al disorientamento dell’occupante.

      E per concludere la ben strana cernita di esempi contrastati, quello

finale che oppone l’atmosfera plumbea di Praga, con quella rilassata e

molto confortevole della hall del lussuoso albergo viennese dove passano

il tempo della comoda attesa i giornalisti, per scrivere i loro servizi di 

prima linea, nutriti dai racconti di alcuni fortunati fuoriusciti, scampati

all’inferno di Praga.

     E infine il contrasto più difficile da accettare, quello storico-politico 

di un popolo, quello cecoslovacco, che  in modo più diffusamente convinto

e costruttivo tra quelli che facevano parte del Patto di Varsavia aveva aderito 

fin dall’inizio ai principi dell’etica e dell’organizzazione post –rivoluzionaria,

che, per assurdo, non aveva partecipato poi a quella  destalinizzazione, a cui 

invece si erano  dedicati i Polacchi o gli Ungheresi  e che, infine, una volta 

trovata la via di una  soluzione fertile di serenità e sicurezza economica,

incappi in una contro-iniziativa talmente estrema, grave e intollerabile, 

di cui neppure l’età staliniana era stata capace. Evidentemente il livello 

di gravità di un tal gesto non può appartenere che a politici autoritari,

certamente,non autorevoli,ma, anzi, ottusamente inadeguati.

                                                               FINE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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