mercoledì 7 ottobre 2020

Arrivo a Praga il 20 agosto 1968.

 

  

  Praha. 20.agosto.1968

      Io passo  e ripasso il mitico Danubio e poi...l’abbraccio con i miei amici. Sono lì ad attendermi,trepidi,alla stazione. Come una tenera coppia disegnata da Peynet. Jirko ha in mano

 perfino il bouquet, tutto fasciato di trine.

    Ci mettiamo in movimento quasi subito. L’entusiasmo cancella ogni stanchezza. Saliamo in casa, vicino a  piazza Venceslao,  per lasciare i bagagli e per un rapido spuntino. Poi, subito via per la città.

    Uno sguardo d’insieme e numerose soste per prenotare una serie di delizie  del programma preparato su misura  per me: subito l’avvio di serata con le chiacchiere inevitabili per rinfrescare i ricordi,qualche accenno di  programma per  l’indomani,l’imperdibile prenotazione per  la pantomima  poi all’ufficio  del turismo per garantirci una breve escursione sui Monti Tatra. Anche le marionette non potranno  mancare. Sarà prudente prenotare tutto perché la  città è invasa da schiere di medici  riuniti a congresso da tutto il mondo. A a concludere la serata ruggine che corre tra Cechi e Polacchi. Infatti,a un tavolo vicino a noi il mio orecchio attento,curioso e un po’ addestrato, coglie l’accento di una lingua slava ,piena di consonanti, soprattutto sibilanti, che però non capisco. Voglio saperne di più e mi rivolgo ai miei premurosi ospiti,che mi rispondono subito asciutti:”Sì,sono quelli rimasti a Chopin !” Sono incredula e un poco imbarazzata.

   La terra che ha vissuto con successo la rivoluzione industriale ha acquisito un sentimento di orgogliosa superiorità che mi sembra francamente eccessiva. La serata scorre tuttavia veloce e molto piacevole. Dopo mezzanotte,quando mi metto a letto,mi lascio con rapidità scivolare nel profondo sonno dei giusti.

   Mi sembra di essermi appena addormentata,quando sono risvegliata bruscamente dalla presenza dei miei amici che siedono ai lati del letto e mi tengono le mani con atteggiamento di ansia e di protezione ad un tempo. Il primo pensiero va ai miei genitori. E’ successo qualcosa in montagna. Ma il racconto confuso che ascolto mi propone una diversa realtà,drammatica,ma molto vicina,imminente,imprevedibile,che ci coinvolge subito tutti.

   C’è stata una telefonata dei parenti prima dell’alba;abitano vicino all’aeroporto e le notizie sono sconvolgenti. Durante la notte  dai MIG sovietici continuano a sbarcare soldati mongoli sui tanki. Le reazioni di Irena e Jirko sono di sconcerto e di grande preoccupazione,la mia di incredulità. Finora ho ascoltato solo parole di angoscia e di paura . Mi mancano i fatti. Ho bisogno di qualche verifica. per raccogliere notizie  da parenti ed amici e cercare di analizzarle. Si è intanto superata l’alba ed io provo a chiamare l’ambasciata d’Italia. Mi rispondono,ma per dirmi che  non sanno niente,che è troppo presto,che posso richiamare verso le 9.00,come se fosse una giornata qualsiasi,con gli abituali orari d’ufficio.

  


   Nell'alba livida, dalla finestra di casa, i primi scatti in sequenza a un corteo di protesta in formazione, diretto verso la vicina piazza Venceslao


 

 

   Intanto,dalla finestra, in una luce spettrale, si cominciano a vedere gruppi di cittadini, a piedi o su camions, avviarsi , con le bandiere nazionali spiegate , verso piazza Venceslao .

 


 
Alcuni parenti dei miei amici che ci hanno intanto raggiunto in casa,- con cui abbiamo scambiato  le poche notizie disponibili e i diversi pareri-,considerano la mia decisione molto coraggiosa di andare a verificare scendendo in strada,loro sono bloccati dalla paura. In realtà il mio non è affatto un gesto di coraggio,semmai di incoscienza,dovuta all’assoluta impreparazione per una simile esperienza. comincio a constatare come più a lungo abbiano pesato gli stati di polizia nella formazione della sensibilità dei cittadini della Mittel Europa e del mondo slavo – due i nomi che mi vengono in mente e penso a Gogol e a Kafka – mentre i fascismi nei paesi latini sembrano ,a questo proposito, aver fatto minor danno. Non è un caso se ancora l’anno successivo Irena ha  continuato a firmarsi “Caty” nelle sue lettere e cartoline.  Alcuni parenti,che ci hanno intanto raggiunto in casa,- con cui abbiamo scambiato  le poche notizie disponibili e i diversi pareri-,considerano la mia decisione molto coraggiosa,loro sono bloccati dalla paura. In realtà il mio non è affatto un gesto di coraggio,semmai di incoscienza,dovuta all’assoluta impreparazione per una simile esperienza. comincio a constatare come più a lungo abbiano pesato gli stati di polizia nella formazione della sensibilità dei cittadini della Mittel Europa e del mondo slavo – due i nomi che mi vengono in mente e penso a Gogol e a Kafka – mentre i fascismi nei paesi latini sembrano, a questo proposito, aver fatto minor danno. Non è un caso se ancora l’anno successivo Irena ha  continuato a firmarsi “Caty” nelle sue lettere e foto della città innevata in cui mi ricorda con una freccia il ristorante della cena la sera del mio arrivo,ancora inconsapevoli di quello che sarebbe accaduto solo nelle ore successive della notte.

 In piazza Venceslao troviamo un’atmosfera surreale. Le bandiere della Repubblica Cecoslovacca garriscono al vento sulle automobili che suonano i clakson con rabbia ,ma anche sui camions ,che hanno cominciato a a sfilare numerosi ,stipati di giovani e  percorrono avanti e indietro la piazza come per una festa...Invece è quella la protesta nelle strade.    

 


 ... la gente si ferma, interdetta, a guardare ....

 


...  e, sullo sfondo, dietro al Palazzo del Museo Nazionale, sale una colonna di fumo …

 

  

     Noi siamo  coinvolti,e non riusciamo ad allontanarci,neppure per andare a vedere lo stato della situazione altrove.

      E dopo un bel po' c'è ancora quel fungo di fumo nero che sale. E si sentono scoppi,forse di bombe. La provenienza del rumore e del fumo sembra corrispondere alla sede della Radio-Televisione.

  Sono comparsi anche i carri armati ... e qualcuno cerca di sembrare indifferente e si avvia lo stesso al lavoro .....





    Ci spostiamo allora verso Stare Mesto. Sotto il celebre orologio altra scena incredibile. Mi avvicino per capire meglio. Le ragazze e le donne con i bambini in braccio stanno parlando con i soldati e mi fanno largo per farmi partecipare. Le parole fondamentali e i giri di frase elementari mi riaffiorano dal deposito dimenticato dei passati studi e riesco a seguire i discorsi. Non sono soldati cechi quelli sui tanki, ma sovietici di leva a cui i Cecoslovacchi si rivolgono con espressioni fraterne. Cercano di creare una situazione paradossale di familiarità, evocando rapporti semplici di situazioni affettive parallele, che costituiscano l’ostacolo invalicabile per possibili azioni aggressive e violente. Tutto attraverso dialoghi elementari, all’apparenza banali, quasi insensati, ma psicologicamente sottili e molto efficaci.

 


  –Ciao, come ti chiami?

-Vladimir.

Davvero? Proprio come mio fratello, che deve avere la tua età.-Ho vent’anni,sono operaio e sto facendo il servizio di leva. E’ la prima volta che partecipo alle esercitazioni del Patto di Varsavia e non sapevo che ci avrebbero portato a Praga. Come si chiama la bimba che hai in braccio? E’ tua figlia?

-Lei si chiama Tamara.

Incredibile! Avrò capito bene? E i soldati che sembra non si rendano conto di quel che sta accadendo ... Più in là un uomo in bici, che non se l’è sentita  di andare a lavorare; accanto un gruppo di studenti con le bandiere che confabulano;delle ragazze cercano di far conoscenza con altri soldati, come può accadere fra coetanei nella piazza del paese un sabato pomeriggio.

 


       Un po’ più in là, nella piazza accanto, Jan Huss è stato bendato con una bandana dai colori nazionali – bianco, rosso e blu – perché non abbia ad assistere all’assurdo scempio.Ed io tanto mi emoziono a quella vista che taglio la parte più interessante inquadrando la mia foto.

 


 


La preparazione frenetica dei manifesti.

 

La protesta scritta dei giovani.

   Saliamo fino a Mala Strana. All’ambasciata italiana non c’è nessuno.  Si dice che in circostanze analoghe, altrove, sia accaduto più volte lo stesso. Ci resto molto male, anche se credevo di 

non essere nazionalista, ma cittadina del mondo. Qui, ormai, non c’è più niente da fare.

  Ridiscendiamo. Alla base del monumento di Jan Huss tanti giovani e un gran fervore.

 Il daffare consiste soprattutto nella preparazione dei cartelloni e degli striscioni per le prossime manifestazioni.

 C'é tensione,ma non paura.Un ragazzo-sandwich,seduto sui gradini,mi guarda severo quando fotografo il cartellone che porta sulla schiena,Forse mi ha preso per una turista curiosa. di un evento 

che percepisco nella sua drammaticità ,come storico

Ci restio male ancora una volta.Mi dispiace per l'equivoco,perché invece io mi sento partecipe

e cerco di documentare tutti gli elementi che posso di un evento che ,nella sua drammaticità,

percepisco come storico.

 

                                Lo sguardo severo del ragazzo - sandwich.

...Cè tensione, ma non paura. Un ragazzo - sandwich, seduto sui gradini, mi guarda severo

 quando fotografo il cartello che porta sulla schiena. Forse mi ha preso per una turista curiosa.

 Ci resto male ancora una volta. Mi dispiace per l’equivoco, perché invece io mi sento partecipe

 e cerco di documentare tutti gli elementi che posso di un evento, che percepisco come storico,

nella sua drammaticità.

Abbiamo visto abbastanza. Torniamo a casa -  sono più disorientata che mai - per accumulare

 le nostre valutazioni  che continuano a dire e a contraddire,nell’impossibilità di una sintesi lucida.

Poche ore di sonno inquieto e poi, via di nuovo con Irena. Jirko oggi ha deciso di tornare al 

lavoro. E’ ingegnere alla compagnia dei telefoni. Di nuovo per le strade a guardare,a cercare,

a scoprire una possibile, anche se crudele verità.

                Tutto sembra ancora diverso,cambiato,ancora più incomprensibile. difficile è infatti 

capire  senza lo scambio di parole. Resta il linguaggio del corpo . Ma un corpo sfingeo, perché 

anche i gesti mancano ormai. Nelle strade infatti i carri armati sono ancora là. Ma i soldati non sono più gli stessi. Sapremo in seguito che nella notte si è proceduto a un totale ricambio delle truppe per rimuovere quella sorta di inquinamento ambientale che la fraternizzazione dei Praghesi coi soldati del primo sbarco aveva pericolosamente prodotto. e i nuovi arrivi sono stati ben rigidamente istruiti perché sono tutti, indistintamente, chiusi in se stessi. spesso sono addirittura rivolti all’interno del carro, quasi per paura di cadere in tentazione, per non cadere nella trappola:”a domanda – rispondo”.

 


      La fraternizzazione tra militari e cittadini praghesi  è ormai solo un ricordo …

                                       

  Basta, però l’introduzione di un diverso, un istintivo, un passionale, capace di porre in atto l’episodio  isolato – in mezzo alla razionalissima moltitudine del popolo ceco, che produce spesso situazioni surreali – perché si realizzi l’eccezione scioccante. all’improvviso in strada uno zingaro

si para davanti a un carro armato in movimento e gridando con gesto di sfida rabbiosa squarcia la camicia che indossa  e offre il petto nudo alle armi puntate contro di lui. un brivido gelido mi corre lungo la schiena, vacillo, credo di perdere l’equilibrio, ma, per fortuna, il cingolato si ferma e, per

 il momento, non succede niente di più grave.

    L’atmosfera si è fatta cupa. L’ostilità è palpabile, conclamata.

                               
All’altezza del Ponte di Carlo Jiri Trinka con la figlia sembrano affrettarsi verso casa –

di vedere le sue famose marionette all’opera me lo posso proprio scordare - . C’è ancora
 gente 
in strada, ma non forma più capannelli per scambiarsi notizie e opinioni. Continua però a 
informarsi anche leggendo i cartelli sparsi ovunque.

  Al ponte di Carlo:la bandiera della Repubblica cecoslovacca sulla statua .
     

Sulla vetrina del l'ufficio del turismo bulgaro  Al ponte di Carlo:la bandiera della Repubblica cecoslovacca sulla statua . SSSR Go HOME-Sovietici andate a casa.

                                                            Oggi sciopero generale-h.12-13

      Le parole sono ormai affidate solo alla scrittura.

                                                             Questo è un fatto nostro

... e altri, in rapida successione sul bandone di un cantiere e, ancora una volta,  “SSSR a casa”,in inglese,”Questo è affar nostro”, questa volta in russo ...con l'errore ortografico poiché in russo

la 'o ' non accentata si legge 'a';Svoboda,giocando sulla polisemia del termine, che significa 

"libertà,ma che è anche il nome del presidente eletto della repubblica cecoslovacca. Anche qui 

un errore di scrittura perché la 'b' cirillica è scritta alla rovescia.Niezavisimostj(indipendenza).

Tanki niet!(No carri armati)

...e poi "Svoboda", e le foto e il nome dei rappresentanti eletti
(sovrani)del popolo cecoslovacco.

Forse l'ultimo camion per l'approvvigionamento viveri che riesce ad entrare in città.



(continua)
 

 


 

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