mercoledì 8 novembre 2017

Squarci di ieri.1.



SQUARCI DI IERI


        Mia madre, la maestra della pluriclasse, nella piana del Trasimeno.  Era lei che aveva chiesto da Roma il trasferimento in quella serena e quieta campagna convinta che con me piccina l’abbandono della città con mio padre condizionato a restarci, dai suoi obblighi di servizio militare  alla Cecchignola, sarebbe stata la soluzione più opportuna.
        Poi però la guerra si era rivelata in tutto il suo orrore e la sua furia di distruzione e una volta crollata la scuola, devastata l’abitazione, non era stato più possibile intestardirsi a restare e ci eravamo spostate  dieci km. più avanti per raggiungere la nonna paterna che amici suoi contadini avevano ospitato in un rifugio improvvisato nelle loro cantine sotterranee, totalmente inconsapevoli  di attraversare a piedi tutti quei  km. di territorio minato,con me bambina testarda,che aveva preteso di portarsi dietro sottobraccio, seminascosta dal cappotto la sua gallina che invece continuava a pretendere di tirar fuori la testa, provocando borbottii per niente rassicuranti da parte dei soldati che via via potevamo incrociare.
         Una volta finalmente conclusa la tragedia della  guerra,  subiti sia il tragico rito della ritirata tedesca dopo la disfatta  di Monte Cassino sia quello della retorica e gerarchica sfilata dei carri armati con sopra per primi i soldati marocchini,poi quelli neozelandesi ,seguiti dai canadesi e infine la chiusura trionfale del corteo da parte dei soldati statunitensi, con il lancio incrociato di fiori di campo, esplosioni gioiose di gratitudine  da parte dei cittadini liberati e di cioccolata e scatolette da parte dei soldati, consapevoli di soddisfare le necessità primarie e immediate  di quelle persone, mia madre si pone un problema.
          E’ infatti consapevole di essere il punto di riferimento della piccola comunità contadina, come del resto lei sa di dovere eterna gratitudine a quella stessa comunità cui deve la sopravvivenza sua e della sua bambina,quando un ufficiale austriaco le aveva sottratto l’ultimo stipendio e l’orologio, al suo arrivo in bici dall’ufficio postale che poi avrebbe chiuso i battenti fino alla fine della guerra, sventolando minaccioso la pompa della bici sopra la testa della bambina che le era corsa incontro  ed erano state proprio le famiglie dei suoi allievi a preoccuparsi del sostentamento, portando alla maestra senza tante cerimonie,sommessamente,il frutto dei campi che volevano generosamente condividere.
         Sente l’urgenza di affrontare subito il cammino che la separa dalla sua scuola per rendersi conto di quello che è più urgente e possibile fare per cominciare la ricostruzione. Decide allora di affidare sua figlia al contadino e di affrontare a piedi e sotto la pioggia il ritorno. Dopo tante sofferenze la stagione che si è aperta sembra godere della protezione benevola e pietosa di qualche stella . Infatti il contadino,tutto preso dall’importante responsabilità che gli è stata attribuita,quando decide di uscire con il suo trattore per i campi a cercare di recuperare almeno in parte il grano maturo che le piogge abbondanti hanno schiacciato a terra e che rischia di marcire, installa la bimba nel secondo sellino del mezzo accanto a sé,quella  bimba,che considera così al sicuro, ignaro di quello che accadrà ad altri, che salteranno sulle mine che erano state piazzate un po’ dovunque.
         Mia madre rientra con le descrizioni raccapriccianti dei fossati dove galleggiano parti di animali uccisi dai soldati per nutrirsi accanto ai cadaveri di persone morte sotto le bombe o uccise sempre dai soldati come i genitori dei ragazzi sordomuti-che abitavano vicino al contadino che ci ospitava e che  avevamo sentito urlare un giorno,quando avevamo poi saputo con orrore che erano stati fucilati davanti ai loro occhi inconsolabili , per non aver potuto consegnare un prosciutto perentoriamente richiesto, 
solo perché l’ultimo disponibile era stato consegnato ad altri uomini con la stessa uniforme pochi giorni prima. Racconti del terrore e dell'indignazione, cronaca vissuta piuttosto in prima persona, che l’hanno convinta dell’urgenza di voltar pagina e di cominciare da subito a organizzare con la gente la ricostruzione. Per questo è tornata a prendere la bambina, il pericolo è ormai passato.
      Il ritorno nella piccola comunità stretta intorno alla scuola,segna l’apertura di una stagione,sia pur povera di ogni risorsa materiale, ricca tuttavia del calore della solidarietà e della fitta collaborazione di tutti indistintamente che caratterizzeranno la ricostruzione fino agli anni ’50. La maestra conosce l’importanza dell’organizzazione e della programmazione per ottenere risultati certi e si impegna nell’organizzazione  di tutte le energie disponibili per recuperare e ricostruire almeno l’indispensabile 
in un tessuto sociale che manca di tutto. Pochi sono gli impegni individuali  - soprattutto degli artigiani - numerose sono invece le squadre costituite dagli anziani per gli inventari di quello che non c‘è più e 
che va recuperato in ogni modo,a quelle degli  uomini che partono per intervenire con le operazioni 
più urgenti sui campi per recuperare grano,fieno,pomodori che non siano ancora marciti, alle donne 
che cercano di rendere almeno fruibili gli interni delle case ancora in piedi e di assegnare un posto in 
cui stare a chi non lo ha più, alle squadre dei bambini ai quali, in totale incoscienza, è stato affidato il compito di perlustrare ogni trincea,dove i soldati hanno portato tutto quello che poteva loro servire, razziando gli interni delle case abbandonate e di portare  quindi tutto quello che è stato recuperato ai centri di raccolta, dai quali si provvederà alla ridistribuzione di pentole,posate e quant’altro. Appunto 
il quant’altro potrebbe essere il discrimine della tragedia e per le nostre squadre il caso ha voluto che non lo fosse. Infatti come già aveva fatto il vetraio,che aveva raccomandato ai bambini di portargli
tutte le bottiglie di birra vuote che avessero potuto recuperare, perché con un taglio affilato che
dividesse la parte cilindrica da quella in alto a forma di pera, avrebbe potuto procurare a tutti i bicchieri,di cui era molto difficile fare a meno, ma al momento indisponibili quasi per tutti, Anche il fabbro della piccola comunità aveva raccomandato loro di includere nella raccolta tutti i proiettili  dei cannoni che avessero potuto trovare in giro. Con quell’ottone recuperato lui avrebbe ricostruito tutti 
gli utensili che non c’erano più, che non si trovavano ancora in commercio e che però erano proprio indispensabili. E noi con sommo scrupolo raccoglievamo di tutto, per ignoranza nostra,ma anche degli adulti che non ci avevano mai scoraggiato. Anche i proiettili inesplosi,che ci hanno però risparmiato, mentre in altre realtà vicine si è venuto a sapere che  hanno falciato vittime. Io e mia madre ricevemmo la catinella d’ottone dalle classiche forme aggraziate per lavare e lavarci ,che conservo tuttora.
          E’proprio  in quei giorni che mia madre amava ripetere un mantra:”Abbiamo dovuto inabissarci in un mare di orrori prima di aver recuperato tutta la nostra umanità.” Ed io che non capivo questo linguaggio degli adulti, lontano, astratto, ero però contenta di quell’atmosfera piena di energia e di gioiosa e fattiva collaborazione che mi avvolgeva tutt’intorno,dove  ognuno offriva e riceveva,pur restando ciascuno con i propri valori, spesso addirittura  contrapposti. Una verità che mi è chiara 
adesso dopo tanti anni e che  rievoco con preoccupazione, pensando alla confusa realtà dell’oggi e 
all’ immediato futuro.
          Seguirono poi le lotte per l’occupazione delle terre di gente la cui famiglia era addirittura 
rimasta su quella terra a lavorare per quei padroni,a dissodare quei campi.a mezzadria per  più 
di settecento anni ed ora cercava vie nuove per un lavoro indipendente. Rivendicazioni che 
vennero subito stroncate,incarcerando donne e uomini che avevano partecipato a quelle lotte. 
             Erano gli anni in cui in Sicilia Danilo Dolci combatteva al fianco dei  contadini che 
cercavano di opporsi all’ipersfruttamento nel latifondo.
             Intanto io e mia madre avevamo fatto una meravigliosa scoperta: a guerra finita mio 
padre era potuto riemergere finalmente dalla clandestinità ed era tornato. Noi infatti, dopo 
via Rasella eravamo state informate dal portiere della nostra abitazione romana che era stato 
catturato e portato  in via Tasso. Ma  poi il silenzio opprimente che era seguito ci aveva indotto 
a non sperare  che gli fossero state risparmiate nemmeno le Fosse Ardeatine.
             In quel periodo della clandestinità in cui si era dovuto immergere e che per proteggere se 
stesso e soprattutto i suoi compagni di clandestinità avevano determinato quel suo crudele silenzio -
lui  aveva potuto conoscere molte persone di legge, avvocati e giudici, con cui aveva mantenuto 
saldi rapporti di amicizia e di stima, per cui era stato  per lui naturale riallacciare il legame e portarli 
a Perugia per difendere  - gratuitamente - quei prigionieri così speciali, quei combattenti per la causa della dignità,quelle persone in piedi che poterono tornare così alle loro case e alle loro famiglie, 
ancora una volta  però a lavorare per il padrone di sempre .
            Io intanto sono cresciuta e ho quasi terminato la scuola media. Mi si pone il problema, per continuare gli studi della scelta tra il collegio,oppure raggiungere la zia a Firenze o mio padre a Roma.Quest’ultima opportunità, che sembrerebbe la scelta ovvia,non è poi  così automatica. Infatti 
io sono cresciuta lontano da mio padre che non conosco e che non mi conosce e il trasferimento a 
Roma comporterebbe una vita super ravvicinata in un’unica piccola stanza. Però, pur con la consapevolezza delle incognite e le preoccupazioni che ne derivano ,non voglio e non posso permettermi di perdere l’occasione di una conoscenza reciproca reale e approfondita..

                                        continua

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