SQUARCI DI IERI
Mia madre, la
maestra della pluriclasse, nella piana del Trasimeno. Era lei che aveva chiesto da Roma il trasferimento in quella serena e quieta campagna
convinta che con me piccina l’abbandono della città con mio padre condizionato a restarci, dai suoi obblighi di servizio militare alla Cecchignola, sarebbe stata la soluzione più opportuna.
Poi però la
guerra si era rivelata in tutto il suo orrore e la sua furia di distruzione e
una volta crollata la scuola, devastata l’abitazione, non era stato più
possibile intestardirsi a restare e ci eravamo spostate dieci km. più
avanti per raggiungere la nonna paterna che amici suoi contadini avevano
ospitato in un rifugio improvvisato nelle loro cantine sotterranee, totalmente
inconsapevoli di attraversare a piedi
tutti quei km. di territorio minato,con
me bambina testarda,che aveva preteso di portarsi dietro sottobraccio, seminascosta
dal cappotto la sua gallina che invece continuava a pretendere di tirar fuori
la testa, provocando borbottii per niente rassicuranti da parte dei soldati che
via via potevamo incrociare.
Una volta
finalmente conclusa la tragedia della guerra,
subiti sia il tragico rito della ritirata tedesca dopo la disfatta di Monte Cassino sia quello della retorica e
gerarchica sfilata dei carri armati con sopra per primi i soldati
marocchini,poi quelli neozelandesi ,seguiti dai canadesi e infine la chiusura
trionfale del corteo da parte dei soldati statunitensi, con il lancio
incrociato di fiori di campo, esplosioni gioiose di gratitudine da parte dei cittadini liberati e di
cioccolata e scatolette da parte dei soldati, consapevoli di soddisfare le
necessità primarie e immediate di quelle
persone, mia madre si pone un problema.
E’
infatti consapevole di essere il punto di riferimento della piccola comunità
contadina, come del resto lei sa di dovere eterna gratitudine a quella stessa
comunità cui deve la sopravvivenza sua e della sua bambina,quando un ufficiale
austriaco le aveva sottratto l’ultimo stipendio e l’orologio, al suo arrivo in
bici dall’ufficio postale che poi avrebbe chiuso i battenti fino alla fine della guerra, sventolando minaccioso la pompa della bici sopra la testa della bambina che le era
corsa incontro ed erano state proprio le famiglie
dei suoi allievi a preoccuparsi del sostentamento, portando alla maestra senza tante
cerimonie,sommessamente,il frutto dei campi che volevano generosamente
condividere.
Sente
l’urgenza di affrontare subito il cammino che la separa dalla sua scuola per
rendersi conto di quello che è più urgente e possibile fare per cominciare la
ricostruzione. Decide allora di affidare sua figlia al contadino e di
affrontare a piedi e sotto la pioggia il ritorno. Dopo tante sofferenze la
stagione che si è aperta sembra godere della protezione benevola e pietosa di
qualche stella . Infatti il contadino,tutto preso dall’importante responsabilità
che gli è stata attribuita,quando decide di uscire con il suo trattore per i
campi a cercare di recuperare almeno in parte il grano maturo che le piogge
abbondanti hanno schiacciato a terra e che rischia di marcire, installa la bimba
nel secondo sellino del mezzo accanto a sé,quella bimba,che considera così al sicuro, ignaro di quello che accadrà ad
altri, che salteranno sulle mine che erano state piazzate un po’ dovunque.
Mia madre
rientra con le descrizioni raccapriccianti dei fossati dove galleggiano parti
di animali uccisi dai soldati per nutrirsi accanto ai cadaveri di persone
morte sotto le bombe o uccise sempre dai soldati come i genitori dei ragazzi sordomuti-che abitavano vicino al contadino che ci ospitava e che avevamo sentito urlare un giorno,quando avevamo poi saputo con orrore che erano stati fucilati davanti ai
loro occhi inconsolabili , per non aver
potuto consegnare un prosciutto perentoriamente richiesto,
solo perché l’ultimo
disponibile era stato consegnato ad altri uomini con la stessa uniforme pochi
giorni prima. Racconti del terrore e dell'indignazione, cronaca vissuta piuttosto in prima persona, che l’hanno convinta dell’urgenza di
voltar pagina e di cominciare da subito a organizzare con la gente la
ricostruzione. Per questo è tornata a prendere la bambina, il pericolo è ormai
passato.
Il ritorno
nella piccola comunità stretta intorno alla scuola,segna l’apertura di una stagione,sia pur povera di ogni risorsa materiale, ricca tuttavia del calore della solidarietà e
della fitta collaborazione di tutti indistintamente che caratterizzeranno la
ricostruzione fino agli anni ’50. La maestra conosce l’importanza
dell’organizzazione e della programmazione per ottenere risultati certi e si
impegna nell’organizzazione di tutte le
energie disponibili per recuperare e ricostruire almeno l’indispensabile
in
un tessuto sociale che manca di tutto. Pochi sono gli impegni individuali - soprattutto degli artigiani - numerose sono invece le squadre costituite dagli
anziani per gli inventari di quello che non c‘è più e
che va recuperato in ogni
modo,a quelle degli uomini che partono per intervenire con le operazioni
più urgenti sui
campi per recuperare grano,fieno,pomodori che non siano ancora marciti, alle
donne
che cercano di rendere almeno fruibili gli interni delle case ancora in
piedi e di assegnare un posto in
cui stare a chi non lo ha più, alle
squadre dei bambini ai quali, in totale incoscienza, è stato affidato il
compito di perlustrare ogni trincea,dove i soldati hanno portato tutto quello
che poteva loro servire, razziando gli interni delle case abbandonate e di
portare quindi tutto quello che è stato
recuperato ai centri di raccolta, dai
quali si provvederà alla ridistribuzione di pentole,posate e quant’altro.
Appunto
il quant’altro potrebbe essere il discrimine della tragedia e per le
nostre squadre il caso ha voluto che non lo fosse. Infatti come già aveva fatto il vetraio,che aveva
raccomandato ai bambini di portargli
tutte le bottiglie di birra vuote che
avessero potuto recuperare, perché con
un taglio affilato che
dividesse la parte cilindrica da quella in alto a forma
di pera, avrebbe potuto procurare a tutti i bicchieri,di cui era molto
difficile fare a meno, ma al momento indisponibili quasi per tutti, Anche il
fabbro della piccola comunità aveva raccomandato loro di includere nella
raccolta tutti i proiettili dei cannoni che
avessero potuto trovare in giro. Con quell’ottone recuperato lui avrebbe
ricostruito tutti
gli utensili che non c’erano più, che non si trovavano ancora
in commercio e che però erano proprio indispensabili. E noi con sommo scrupolo
raccoglievamo di tutto, per ignoranza nostra,ma anche degli adulti che non ci avevano
mai scoraggiato. Anche i proiettili inesplosi,che ci hanno però risparmiato,
mentre in altre realtà vicine si è venuto a sapere che hanno falciato vittime. Io e mia madre
ricevemmo la catinella d’ottone dalle classiche forme aggraziate per lavare e
lavarci ,che conservo tuttora.
E’proprio
in quei giorni che mia madre amava
ripetere un mantra:”Abbiamo dovuto
inabissarci in un mare di orrori prima di aver recuperato tutta la nostra
umanità.” Ed io che non capivo questo linguaggio degli adulti, lontano, astratto, ero però contenta di quell’atmosfera piena di energia e di gioiosa e fattiva
collaborazione che mi avvolgeva tutt’intorno,dove ognuno offriva e riceveva,pur restando
ciascuno con i propri valori, spesso addirittura contrapposti. Una verità che mi è chiara
adesso dopo tanti anni e che rievoco con
preoccupazione, pensando alla confusa realtà dell’oggi e
all’ immediato futuro.
Seguirono
poi le lotte per l’occupazione delle terre di gente la cui famiglia era addirittura
rimasta su quella terra a lavorare per quei padroni,a dissodare quei campi.a mezzadria per più
di settecento anni ed ora cercava vie nuove per un lavoro indipendente. Rivendicazioni che
vennero subito stroncate,incarcerando donne e uomini che avevano partecipato a quelle lotte.
Erano gli anni in cui in Sicilia Danilo Dolci combatteva
al fianco dei contadini che
cercavano di opporsi all’ipersfruttamento nel latifondo.
Intanto io e mia
madre avevamo fatto una meravigliosa scoperta: a guerra finita mio
padre era potuto riemergere finalmente dalla clandestinità ed era tornato. Noi
infatti, dopo
via Rasella eravamo state informate dal portiere della nostra abitazione romana che era stato
catturato e portato in via Tasso. Ma poi il silenzio opprimente che era seguito ci aveva indotto
a non sperare che gli fossero state risparmiate nemmeno le Fosse Ardeatine.
In quel periodo della clandestinità in cui si era dovuto immergere e che per proteggere se
stesso e soprattutto i suoi compagni di clandestinità avevano determinato quel suo crudele silenzio -
lui aveva potuto conoscere molte persone di
legge, avvocati e giudici, con cui aveva mantenuto
saldi rapporti di amicizia e
di stima, per cui era stato per lui naturale riallacciare il legame e
portarli
a Perugia per difendere - gratuitamente
- quei prigionieri così speciali, quei combattenti per la causa della dignità,quelle
persone in piedi che poterono tornare così alle loro case e alle loro famiglie,
ancora
una volta però a lavorare per il padrone
di sempre .
Io
intanto sono cresciuta e ho quasi terminato la scuola media. Mi si pone il
problema, per continuare gli studi della scelta tra il collegio,oppure raggiungere la
zia a Firenze o mio padre a Roma.Quest’ultima opportunità, che sembrerebbe la scelta ovvia,non è poi così automatica. Infatti
io sono cresciuta lontano da mio padre che non conosco e che non mi conosce e il trasferimento a
Roma comporterebbe una vita super
ravvicinata in un’unica piccola stanza. Però, pur con la consapevolezza delle incognite e le
preoccupazioni che ne derivano ,non voglio e non posso permettermi di perdere l’occasione di una conoscenza reciproca reale e approfondita..
continua
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