martedì 14 novembre 2017

Squarci di ieri.4



La scelta d’oriente
    
  Ho già accennato come abbia imparato col branco degli
amici liguri a cercare soddisfazione al bisogno di scoprire,
alla curiosità di sapere, di arricchire le nostre conoscenze
attraverso il confronto con le culture lontane con caratteri
spesso molto diversi da quello che caratterizzava  il nostro
universo. Ma è solo una verità parziale, perché non dice
quali realtà colpissero il mio interesse  e quali fossero le
mie reazioni, quali realtà  attirassero la mia attenzione già
negli anni che avevano preceduto l’adolescenza. Infatti, ad
esempio, non ho ancora fatto cenno a quanto facilmente e
con quanta rapidità mi lasciassi distrarre, durante le visite
alla nonna malata all'ospedale della Scala di Siena e rimanessi 
incantata ad ammirare gli splendidi affreschi di quell’antico 
e suggestivo edificio. Le maestose volte sopra la mia testa 
erano una stupenda vetrina, capace di valorizzare al massimo
quella magnifica sequenza d' immagini. Ma quello che io
guardavo soprattutto con grande curiosità e attenzione 
erano quei personaggi -evidentemente mercanti-la cui funzione 
 li aveva portati nella città dei miei nonni materni
da paesi molto lontani, già in quei tempi remoti. Il loro
modo di atteggiarsi, di vestirsi, le loro fisionomie e le loro
espressioni me lo rivelavano con sicurezza ed io riuscivo
a stabilire una sorta di comunicazione fantastica con loro,
la sola di cui potessi disporre in quel contesto per
rispondere alla mia esigenza di conoscenza. E’ solo uno
degli esempi possibili, ma mi sembra sia abbastanza
eloquente di come io mi sia sempre specchiata volentieri
davanti alla diversità, dovunque la potessi trovare, e quali
che fossero le sue caratteristiche. E’ evidentemente per
questo che ho sempre amato viaggiare e ho voluto e saputo
costruire rapporti di amicizia durevoli in molti dei paesi
che ho toccato con i miei viaggi. Ma è anche in questo
intreccio di miniesperienze che affonda la radice della
mia scelta di studi, una volta arrivata al crocevia della
decisione da prendere sulla facoltà universitaria da seguire.
Ecco, è dunque naturale che io mi iscriva all’Istituto 
Orientale di Napoli. Dei Cinesi avevo sempre avuto la
sensazione che fossero i Tedeschi d’oriente.
Ed io non avevo ancora  metabolizzato le caratteristiche ,
sperimentate  durante la guerra, dei Tedeschi di Germania. 
Così poco individualizzabili, quelli d’oriente,  così 
incrollabilmente  nazionalisti, e, soprattutto, quella loro
concezione circolare del tempo che, come riflesso
linguistico, li porta a usare esclusivamente l’infinito del
verbo e come riflesso nell’arte fa sì che il restauro – ad 
 esempio dei “Guerrieri di terracotta” – invece che
sottolinearlo, magari con materiali diversi, per distinguere
nettamente l’originale dal ricostruito, si impegnano a
ricomporre l’originale in modo indistinguibile. E ancora
quella passione a miniaturizzare ogni aspetto della loro
espressione artistica, quell’attenzione quasi ossessiva al
dettaglio non erano secondo me particolarmente suggestivi.
Una diversità grande, ma  non abbastanza attraente per il
mio genere di curiosità.
    L’India ha avuto invece molto maggiori capacità di
coinvolgimento tra le grandi civiltà orientali e  molte
sono state le componenti  responsabili della mia decisione.
 A livello puramente emotivo la responsabilità della mia
 scelta è di certo da attribuire alle letture dell’affascinante
studioso che è stato Fosco Maraini, anche se più
frequentemente le sue opere erano dedicate a regioni
più settentrionali come il Tibet. Da Maraini avevo
comunque imparato quello che è subito diventato il
mantra della mia vita:
”Il sublime intreccio di diversità dopo il confronto? 
 Io ti cerco nei viaggi...Che tu sia invece solo nei libri?
 Tanto vale che io intanto lì ti ricerchi.”
    A livello apparentemente più razionale la spinta
risolutiva va attribuita alle circostanze  storiche. Devo
ricordare che nel 1947 la Gran Bretagna, cedendo alle
pressioni del movimento anticoloniale, aveva deciso di
concedere la piena indipendenza alla sua colonia. L’anno
successivo l’assassinio del  Mahatma Gandhi aveva 
addolorato non solo la grande maggioranza degli Indiani,
ma anche gran parte dei cittadini dell’Occidente.
La tragedia aveva anche fatto temere che l’operazione 
indipendenza dell’India sarebbe  potuta abortire. Invece
Pandit Nehru si impegnò a proseguire l’opera secondo
le linee guida  che “Bapu” Gandhi aveva ampiamente
tracciato lungo tutta la sua vita.
     Era stato appena  nel ’50 che l'India era diventata
una repubblica federale, i cui numerosi Stati erano stati
individuati su base etnica, religiosa e linguistica ed era
entrata in vigore una nuova costituzione. 
     Ed era stato il fatto che io non avevo, ancora prima
della scelta, conoscenze approfondite sul subcontinente
sufficienti a rendere la mia decisione realistica. Infatti
avevo pensato che in poco tempo gli Indiani avrebbero
volentieri dismesso l’uso della lingua inglese, la lingua
del colonizzatore, per tornare a servirsi dell’Hindi-
la lingua nazionale derivata dal sanscrito – la lingua
che io avrei studiato e che  avrei avuto ampiamente modo
di utilizzare in qualche futura professione, che mi avrebbe
comunque portato alla necessità di viaggiare, che da sempre
era stata la mia massima aspirazione.
Solo dopo aver iniziato gli studi mi potei render conto che
la realtà era molto diversa. Solo le lingue principali che 
caratterizzavano gli stati federati erano tredici, diverse
a tal punto che quasi sempre, ad esempio, anche la scrittura
si serviva di alfabeti differenti dal devanagari, l’alfabeto
che io avevo imparato e con il quale si scrive la lingua hindi.
Era diventato allora sufficientemente chiaro per me che i
cittadini di quegli stati organizzati su basi etniche e
linguistiche, oltre che religiose, avrebbero in realtà continuato
a praticare due livelli linguistici, e che entrambi avrebbero
escluso l’hindi - salvo che nei territori dove quella era la
lingua parlata da sempre: i cittadini di ogni singolo stato
avrebbero continuato a comunicare nella lingua
storicamente  diffusa in quella comunità, per i rapporti,
per così dire, interni, tra membri omogenei per lingua
e l’inglese per rapporti, diciamo così, interculturali, tra
cittadini appartenenti a realtà etno-linguistiche differenti.
   Una bella lezione al mio inguaribile entusiasmo che
mi ha fatto troppo  spesso procedere per fiammate
improvvise, dimenticando la ponderazione e un  minimo
di  ... prudenza.

                                                    continua




sabato 11 novembre 2017

Squarci di ieri.3




  La meravigliosa  abitudine ligure.

La  Liguria è per me l’altra terra di riferimento insieme
all’Umbria,dove sono nata e a Roma, dove sono cresciuta.
Sono nata in aprile e a giugno ero già ad Alassio con i
 miei genitori.Con la separazione, imposta dal lavoro,
che per più di vent’anni i miei genitori hanno dovuto
subire, le lunghe vacanze liguri sono divenute la stagione
in cui la famiglia poteva ricomporsi, dunque attese con
ansia e vissute in modo pieno, molto attivo, gioioso. Il
dopo - guerra, però, ci fa preferire la Riviera di Levante
a quella di Ponente che era stata la nostra  prima scoperta.
Un nostro caro amico,infatti, aveva vinto il concorso in
magistratura e si era visto assegnare la sede di Recco e
noi lo avevamo raggiunto per passare insieme l'estate,
quando ancora il ponte ferroviario era quello provvisorio
di legno che era stato allestito dopo i numerosi
bombardamenti che avevano imperversato per impedire 
il traffico ferroviario da e per la Francia - e che permetteva
in qualche modo ai treni di passare di nuovo -fino a che
quello definitivo fosse stato ricostruito. Affittavamo
una casa a picco sul mare di un marinaio sardo che si
imbarcava per la stagione e con i soldi del nostro affitto
poteva mandare la moglie con la bambina a cambiare
aria in montagna.Scendendo una lunga scala tra le rocce
si poteva raggiungere una caletta sassosa dove un gruppo
di giovani, che abitavano le case vicine, avevano il loro
punto di raccolta, i loro gozzi per pescare, le loro vele per
correre il mare e perfino il locale dove si potevano riporre
anche le barche,ma che era stato attrezzato con l’impianto
elettrico per ascoltare musica e  ballare quando in estate
avevamo preso l’abitudine di organizzare le cene e le feste.
Eravamo quasi tutti coetanei, qualcuno più grande era già
impegnato o con la vita per mare o con le libere professioni.
Ma la maggioranza ancora era impegnato negli studi, come
me. Con loro ho imparato l’amicizia, come con i miei
compagni di scuola avevo imparato il cameratismo.
Eravamo sempre insieme, impegnati in un arco di attività
che implicavano molte ore sul mare, discussioni accanite
culturali e politiche,la sera,intorno al fuoco sulla spiaggetta,
 mangiando intanto la  gustosissima focaccia al formaggio,
tipica della cittadina, sostenitori accaniti dei campioni
olimpici della locale squadra di pallanuoto,anche in trasferta,
quando lo spirito di campanile,che l'avversario fosse il
Camogli o il Bogliasco,agli inizi,o più tardi la forte "Rari
Nantes Napoli"o addirittura i temuti "Alligatori egiziani",
impegnati anche in escursioni molto piacevoli, talora fino
 nella vicina Francia.
Tutto vissuto costantemente insieme in un confronto che ci
ha fatto crescere e che ha sviluppato in tutti noi un notevole
 spirito  critico di cui abbiamo cercato di fare buon uso nella
 vita. Il cemento del gruppo si è ancor più rafforzato quando,
in una villa vicina a quella dell’armatore, sono venuti ad
abitare il console tedesco a Genova con la sua famiglia:
la moglie italiana, i figli più o meno della nostra età,due
ragazzi, due ragazze e un bambino  piccolo. Molto
socievoli avevano subito apprezzato il nostro cementato
spirito di gruppo e si erano volentieri adeguati, aggiungendo
alla nostra la loro voglia di scoprire, di fare, di discutere,
e la loro capacità aggiuntiva di organizzazione, sfruttando
con grande pragmatismo le capacità diversificate di ognuno.
E inoltre dovevamo ai loro numerosi amici, che venivano in
visita da tutto il mondo, l'opportunità che ci si presentava
spesso di arricchire anche di queste presenze il nostro
gruppo e di poterci confrontare con personalità cresciute
lontano e spesso  in modo molto diverso dal nostro.
         Erano quelli gli anni in cui la chiesa genovese era
affidata alla rigida  guida del cardinal Siri, che a  Recco
aveva il suo interprete severissimo nel parroco.  Nella
cittadina cercava di imporre la vita superaustera dei
penitenti:niente cinema, la bella terrazza-cafè, dove i
proprietari avevano cercato di organizzare qualche festosa
serata con musica e danze, presto buia e chiusa. Ma questo
 non ci aveva ridotto all’esclusivo sfruttamento del nostro
fondo svuotato di tutte le barche. Qualche volta osavamo
addirittura andare a curiosare verso Santa Margherita,
sulla collina,dove c'era una a pista da ballo dal nome
suggestivo di “Salt’in cielo”e ci pareva allora di allargare
i nostri orizzonti,uscendo per una sera dalla realtà di casa,
vissuta apparentemente come dentro un fortino. In realtà
uno stile di vita libero e semplice,ma dove la diversità
arricchiva in modo naturale, ma molto fertile, ognuno
di noi e che per me  durava fino al rientro, a settembre,
obbligato dalla scuola che ricominciava e siglato
dalla festa dell’otto settembre quando i quartieri di Recco 
in gara sparavano i fuochi nel cielo blu notte fino all’alba 
e il confronto si concludeva con il lancio in  mare  di migliaia
 di "patelle"piene d’olio con lo stoppino acceso.
                                                         
                                                       continua

venerdì 10 novembre 2017

Squarci di ieri.2

Le serate al baretto.


     


       Non avevo pensato,però,che quella che per me era una
scelta coraggiosa, ma fitta di difficoltà,per mio padre fosse
un’assunzione di responsabilità che l’avrebbe potuto
schiacciare col  peso di un'esperienza che gli avrebbe
fatto scoprire l’assoluta inconsapevolezza delle necessità di
un’adolescente completamente sconosciuta. La conclusione
a cui giunse per sempre fu l'uso della chiave del divieto
costante che credette, forse, potergli assicurare la soluzione
o, più probabilmente, non riuscì a trovare un’alternativa più
rassicurante e credibile, perché se io me la cavai con una
introversione del carattere, una riservatezza e una timidezza
che contrastavano con la mia naturale socievolezza e curiosità
del mio prossimo, che mi erano appartenute fino ad allora ,
lui si buscò un  prolungato esaurimento nervoso - che non
aveva caratterizzato la sua personalità precedente,vivace,
ma in sano equilibrio - e che coincise con la durata del mio
liceo, alla conclusione del quale la mamma ebbe di nuovo
la sua sede a Roma e la vita familiare finì poco a poco per
ricomporsi, normalizzandosi.Uno dei piani di compensazione
che avevo potuto ricavarmi, oltre alla dialettica vivace
 e molto amichevole che avevo potuto costruire facilmente
con i miei compagni di classe, era costituito dalle serate
costanti con mio padre al Baretto, che apprezzavamo
entrambi perché ci permetteva di sottrarci per qualche ora
allo squallore della nostra stanzetta. Esiste tuttora, anche
se ha cambiato pubblico e tradizione dopo che uno dei
palazzi vicini non ospita più,  come era allora, la sede
dell'UESISA,dove erano stampati alcuni giornali che in
gran parte  nemmeno esistono più.
Là dove via IV Novembre a Roma, si inerpica verso via
Nazionale, si snoda a gomito e incontrando via della Pilotta
si ricava uno slargo che il Baretto pensa bene di occupare
con i suoi tavolini. Era lì che passavamo abitualmente i
nostri dopocena, piacevolmente per mio padre che aveva
così l’occasione di conversare, incontrandoli, con i suoi
amici giornalisti; per me si apriva una partita doppia perché
anch’io avrei tanto voluto partecipare alle discussioni 
di quegli adulti così informati e tanto appassionati, ma a
impedirmelo era la dura realtà del fatto che io ero  lì per
fare i compiti, anche se non avevo certo la realistica
consapevolezza del fatto che semplicemente la mia età
mi tagliava fuori dalla possibilità di saper valutare i
problemi del mondo. Quella dimensione supponevo mi
appartenesse per via naturale, per tutte le esperienze che
precocemente mi era toccato di vivere. E non avevo
nemmeno l'accettazione di quella condizione di esclusione.
Del resto sapevo anche che i compiti non mi avrebbero
portato via tanto tempo, visto che la mia scuola di provincia
mi aveva dotato di una solita preparazione di base,- che mio
padre, convinto del  contrario, aveva fatto verificare da una
sua amica, accademica dei Lincei, al cui verdetto più che
positivo si era dovuto arrendere-. La mia curiosità
doveva essere talmente vistosa che quegli uomini coinvolti,
per passione e professione, dalle realtà più complesse della
umanità, devono essersi ritrovati curiosi di entrare in una
dimensione per loro sconosciuta e improbabile come
doveva essere la mia e per poterla percorrere con tutta
calma e gustarne ogni sfaccettatura, avevano presto
deciso di liberare un  po’del mio tempo, aiutandomi
in modo determinante ad accelerare le mie traduzioni
che erano il versante del mio impegno che più assorbiva
tempo e concentrazione, sottraendomi all’animata vita
del gruppo. E’ a partire da questa conquistata libertà
che ho potuto partecipare anche al rito di mezzanotte
per  cui  tutti ci  spostavamo su piazza Colonna dove
lo strillone dei giornali distribuiva le copie fresche di
stampa e,soprattutto in periodi pre - e post - elettorali e
durante il Giro d’Italia, si poteva partecipare al rituale
emozionante dei “comizietti” che la Galleria era solita
offrire a noi tutti. Tanto io non ho mai sofferto per
andare a letto  tardi; semmai ho sofferto sempre molto
a dovermi alzare presto ed ho cercato di evitarlo, appena
possibile: per esempio non ho mai fatto di mattina i miei
ripassi, neppure in occasione degli esami più impegnativi
e più determinanti  per il mio futuro.
     Credo proprio di essere debitrice della capacità di
apprezzamento della dialettica della diversità,-assorbita
dalle discussioni appassionate durante le ore passate al
Baretto,- che costituisce la  colonna portante della mia
curiosità culturale,che mi spinge tuttora a essere informata 
il più a fondo possibile e a distanza  ravvicinata al
massimo sui miei “simili”, soprattutto quelli impregnati
di culture diverse, alla ricerca di un confronto praticabile
per arrivare  a una possibile sintesi, quindi a un  reciproco
arricchimento. E’ una caratteristica della mia personalità 
che mi piace e che ho sempre cercato di nutrire anche
quando dovevo pagare un prezzo non indifferente.

   Ma , che mi erano appartenute fino ad allora ,
lui si buscò un  prolungato esaurimento nervos
                                                       continua