10.LA CASA DEI PIOPPI.
Durante la cena Gordon le
ha poi raccontato che gli è stato offerto un posto nella neonata succursale a
Londra della casa editrice sudafricana. Un posto di Direttore della divisione
europea della piccola, ma audace casa editrice, ormai abbastanza conosciuta
nelle varie Fiere del Libro del continente africano e pronta a farsi conoscere
anche in Europa. Il proprietario, giovane e deciso alle sfide, èfinora riuscito
a evitare che la sua Unicorn di
Città del Capo diventi la sede locale di qualche multinazionale europea
o americana. Un’avventura, insomma , ma forse proprio il cambiamento che Gordon
sta cercando da un po’.
Aveva chiesto del tempo
per definire l’ addio al suo incarico al British Council e poi sarebbe stato
pronto a cominciare la nuova impresa. Certo, Gordon sa che il mondo letterario
-editoriale di Londra non è facile nei suoi intrichi di potenti agenti
letterari sciacalli, autori vanitosi, lettori smaliziati e tante case editrici
piccole e rampanti, o grandi e onnipotenti.
- Insomma, ci faremo concorrenza, caro Gordon! Allora, alla
tua! - e Zoé aveva brindato insieme a
lui al successo e al futuro di Gordon direttore.
L’indomani sono
pronti a sperimentare con gli altri
lettori-passeggeri le sorprese - la grande festa in piazza con musica, poesie,
letture e spettacoli di strada - che Barcellona ha preparato e, una volta a
terra, la città in festa li accoglie magnifica.
Ma anche gli organizzatori
della crociera letteraria hanno un omaggio per ricambiare. Hanno infatti
viaggiato a bordo, oltre agli scrittori, editori, giornalisti, librai e lettori, alcune rappresentanti delle Donne di Carta[1], un gruppo di persone amanti della letteratura,
nato qualche anno fa a Roma, su ispirazione dell’analogo modello spagnolo, già
affermato. Sono donne entusiaste delle loro letture al punto di volerne
estendere il piacere ad altri appassionati, andando in giro a dire pagine dei
loro libri preferiti, gratuitamente, con il solo obiettivo di condividere ed estendere l’emozione per una
bella pagina.
In un Belvedere con la
vista sulla città e sul mare, ecco le Donne di carta,quasi senza essere
annunziate, disporsi in semicerchio, come
un’apparizione surreale di fiaba, per prepararsi a offrire una selezione di testi poetici dei grandi maestri spagnoli da loro più amati. Non vogliono applausi,
chiedono soltanto un’intensa attenzione.
A cominciare è una voce fresca,
cristallina, che scandisce la formula che ciascuna di loro tornerà ogni volta a
ripetere: “Sono il “Terzo ricordo”, che Rafael Alberti [2] ha dedicato a G. A. Béquer[3] con
il frammento di un suo verso in epigrafe:
Ancora i valzer del
cielo non avevano sposato il gelsomino e la neve,
né i venti riflettuto
la possibile musica dei tuoi capelli
né decretato il re che
la violetta si seppellisce in un libro.
No.
Era l’età in cui
viaggiava la rondine
senza le nostre
iniziali nel becco.
In cui convolvoli e campanule
morivano senza balconi
da scalare né stelle.
L’età
in cui sull’omero d’un
uccello non c’era fiore che posasse il capo
allora, dietro il tuo
ventaglio, la nostra prima luna.
I versi volano leggeri nell’aria con le loro incredibili immagini;
anche gli occhi chiari della giovane Donna di Carta sembrano esprimere
meraviglia e incanto.
Appena un attimo di silenzio ed è la
volta di una voce più matura e commossa che propone: -Sono la... ’Figlia del
mare’ di Vicente Aleixandre: [5]
Ragazza, cuore o
sorriso,
caldo nodo di presenza
nel giorno,
bellezza
irresponsabile che se stessa non sa,
occhi di azzurro che
raggia e trafigge.
La sua innocenza, mare
dove vivi:
che fatica
raggiungerti, sola isola intatta.
che seno il tuo,
spiaggia o arena ornata
che senza forma scorre
tra le dita.
Generosa presenza una fanciulla da amare,
abbattuto o disteso
corpo o lido a una brezza,
offerto ad occhi savi
che ti guardano
e sfiorano il tuo nudo
docile al loro tocco.
Oh non mentire, serba
la tua
inerte e armoniosa
febbre che non resiste,
spiaggia o corpo
dorato, ragazza che su riva
è sempre una
conchiglia lasciata dalle onde.
Vivi come il rumore
stesso da cui sei nata;
ascolta il suono
dell’imperiosa tua madre;
sii la spuma che resta
quando finisce amore,
dopo che, acqua o
madre, la riva si ritrae.
E l’identificazione con quella pagina
appare naturale per come guarda affascinata il mare di fronte e per come
accompagna con movenze morbide e seducenti il ritmo armonioso dei versi simile
a quello fluttuante delle onde del mare.
È ora la volta di una figura eterea,
minuta, dalla postura un po’ ieratica, sottolineata da una lunga tunica che,
con voce quieta e rapita ad un tempo, si presenta: - Sono ‘Gora’ di Juan Ramòn
Jimènez:[7]
Gora,[8]
L’amore è, tra noi
due,
impalpabile, quieto,
assorto in sé
come l’aria
invisibile,
come l’acqua
invisibile, tra la
luna del cielo
e la luna del fiume.
(Che meraviglia! – pensa Zoé- Quanto
vorrei dire a Gordon il mio entusiasmo per questa spoken
word in totale assenza di lettura! – e sospira- Ma devo rimandare a dopo.
In apertura si sono così tanto raccomandate di sostenere la loro
concentrazione!)
Ed ecco, a seguire, una nuova
identificazione. Questa è la volta di: - Io sono ‘Canzoni d’altopiano’ di
Antonio Machado[9]:
Canzoni d’altopiano[10]
Non sapevo,
S’è aperta la porta che
ha
dentro il mio cuore i
suoi cardini
e il quadro della mia
vita
è tornato ad apparire.
Nuovamente la
piazzetta
con le sue acacie
fiorite,
ancora la fonte chiara
e la sua storia
d’amore.
La nuova voce è piana e con naturalezza rievoca la vita semplice di una storia
d’amore.
Un’interruzione che sembra
un’incertezza. Oddio, un buco di
memoria? Niente affatto. Questa è una pagina che continua, per regalarci un
altro testo poetico di Antonio Machado,
ma, questa volta, dalle ‘Canzoni a Guiomar ‘ [11].
Canzoni a
Guiomar I[12]
Non sapevo, Guiomar,
se era un giallo
limone
quello che tenevi in
mano,
o il filo d’un chiaro
giorno
nel suo gomitolo
d’oro.
la tua bocca
sorrideva.
Io domandai: che m’offri?
Tempo in frutto, che
ha spiccato
la tua mano nel
rigoglio
del tuo orto?
Tempo vano
d’una bella sera
morta?
Dorata assenza
incantata?
Effigie, nell’acqua
quieta?
O di monte in monte
accesa
l’alba vera?
Rompe nel confuso
specchio
amore ormai gli scenari
dei suoi crepuscoli
antichi?
Anche Gordon vorrebbe tanto
dirle qualcosa, ma si trattiene, si rende conto che la concentrazione delle
dicitrici non può essere disturbata in alcun modo. Un cedimento della memoria
potrebbe essere provocato anche da un piccolo gesto che venisse a interrompere
la tensione di silenzio assoluto che spontaneamente si è venuta a creare, in
segno di rispetto e gratitudine da parte
di tutto il pubblico.
E tuttavia vorrebbe proprio
dire a Zoé come condivide l’ammirazione
che questi poeti avevano per la perfezione delle forme e dei concetti, per
quell’idea di poesia-mistero che ha
ritrovato specialmente in Juan Ramòn Jimènez [13]. L’amore che canta invisibile e impalpabile, ma,
proprio come l’acqua e l’aria,
misteriosamente indispensabile e che si insinua vitale tra la luna lontana del cielo e quella ancor più
fluida e sfuggente, ma quieta , riflessa nel fiume.
Dall’estremità opposta del
semicerchio irrompe una voce scura, calda e vellutata che presenta “Madrigale”
di Federico Garcia Lorca.[14]
Madrigale[15]
Il mio bacio era una
melagrana
profonda e spalancata:
la tua bocca era una
rosa
di carta
Un campo di neve, lo
sfondo
Le mie mani erano
ferri
per le incudini;
il tuo corpo era il
tramonto
di un rintocco.
Un campo di neve, lo
sfondo.
Nel traforato
teschio azzurro
misero stalattiti
i miei “ti amo”
Un campo di neve, lo
sfondo.
Si coprirono di muffa
i miei sogni
infantili,
e perforò la luna
il mio dolore
salomonico.
Un campo di neve, lo sfondo.
Ora ammaestro severo
l’alta scuola,
il mio amore e i miei
sogni
(puledri senz’occhi)
E un campo di neve, lo
sfondo.
Una calamita quell’immagine
del corpo di lei, stretto dalle sue mani
come in una morsa metallica, languido come il rintocco al tramonto e i
sogni di lei che avvizziscono,
trafiggendo di strali dolorosi la luna nel tentativo arduo di ammaestrare i
sogni e l’amore del presente, ciechi e bizzarri come puledri. E quelle sequenze
scandite dallo sfondo costante dello schermo bianco e neutro del campo di neve
…
(‘Una riproposizione
bellissima- considera Zoé - che sottolinea tutte le simmetrie e le suggestioni
visive e sonore del testo. Una voce sorprendente - continua a pensare guardando la Donna di
Carta, che ora ha finito il suo pezzo-
anche per l’inatteso contrasto con un corpo dalla struttura imponente,
pur nella tenuta sportiva, molto casual’)
Ma, ancora una volta, il dono si
arricchisce del testo “Desiderio” dello stesso poeta.
La voce scende ancora di un
tono e si fa roca e sensuale, a rendere l’identificazione perfetta.
Desiderio[16]
Solo il tuo cuore
ardente,
e null’altro
Il mio paradiso, campo
senza usignoli
né lire,
con un fiume discreto
e una piccola fonte.
Senza lo sperone del
vento
sulla fronda,
né la stella che
vagheggia
esser foglia.
Una luce abbagliante
che fosse
lucciola di un’altra
in un campo di
sguardi infranti.
Una quiete nitida
e lì i nostri baci,
sonori nèi
dell’eco,
s’aprirebbero in
lontananza.
E il tuo cuore
ardente,
null’altro.
Di rimbalzo, quasi a farsi
perdonare la parsimonia della sua bella, ma solitaria proposta, ritorna ora la
seconda Donna di Carta, che si è esibita, per dire, adesso,”La voce a te
dovuta” , testo poetico di Pedro Salinas.[17]
Anche lei è
cambiata. Ora la sua voce è più spoglia e sobria e sgrana, decisa e quasi severa, i versi della sua
verità, fino ad approdare alla conquista del distico conclusivo con una sorta
di luce trionfante nello sguardo.
La voce a te dovuta[18]
Per vivere non voglio
isole, palazzi, torri.
Che altissima
allegria:
vivere nei pronomi!
Getta i vestiti,
i connotati, i
ritratti;
non ti voglio così,
travestita da altra,
figlia sempre di
qualcosa.
ti voglio libera,
pura,
irriducibile: tu
quando ti chiamerò, so
bene,
fra tutte le genti
del mondo,
solo tu sarai tu.
E quando mi chiederai
chi è che ti chiama,
che ti vuole sua,
sotterrerò i nomi,
le pergamene, la
storia.
Comincerò a
distruggere quanto
m’hanno gettato
addosso
da prima ancora ch’io
nascessi.
E ritornato ormai
all’eterno anonimato
del nudo, della
pietra, del mondo,
ti dirò:
“Yo
te quiero,
soy yo”.
Ed è, infine, “Io di più
non posso darti”[19] di Pedro Salinas, che fa tornare la voce che per
prima ha aperto l’esibizione. Una voce che ha perso l’iniziale leggerezza per
acquistare sfumature di malinconia e velature di ombre che sembrano suggerire
il rimpianto, per offrirci la sua imprescindibile realtà, spogliata dei sogni e
dei desideri irrealizzabili, per quanto bramati.
(‘Ecco la dimostrazione di
quanto la poesia, basandosi solamente
sulla voce possa diventare coinvolgente !’- pensa soddisfatto Gordon.)
Io di più non posso
darti.
Io di più non posso
darti.
Non sono che quello
che sono.
Ah, come vorrei essere
sabbia, sole, in
estate !
Che tu ti distendessi
riposata a riposare.
Che andando via tu mi
lasciassi
il tuo corpo, impronta
tenera,
tiepida,
indimenticabile.
E che con te se ne andasse
sopra di te, il mio
bacio lento:
colore,
dalla nuca al tallone,
bruno.
Ah, come vorrei essere
vetro, tessuto, legno,
che conserva il suo
colore
qui, il suo profumo
qui,
ed è nato tremila
chilometri lontano!
Essere
la materia che ti
piace,
che tocchi tutti i
giorni,
che vedi ormai senza
guardare
intorno a te, le cose
-collana, profumi,
seta antica-
di cui se senti la
mancanza
domandi: Ah, ma dov’è?
Ah, e come vorrei
essere
un’allegria fra tutte,
una sola,
l’allegria della tua
allegria!
Un amore, un solo
amore:
l’amore di cui tu
t’innamorassi.
Ma
non sono che quello
che sono.
Il pubblico può ora tributare un applauso convinto e
grato.
Gordon e Zoé possono
finalmente lasciarsi andare ai loro consueti duetti, seduti al tavolo di un piccolo ristorante delle
Ramblas, di fronte a una paella
davvero sontuosa.
È una selezione molto
interessante quella che le Donne di Carta hanno presentato. Ha saputo
affiancare a modelli di riferimento, come le poesie di Antonio Machado e di quei maestri, che frequentarono
quella particolarissima comunità di artisti senza leader che fu la “Casa de
los Chopos”[20], i testi
delle personalità più originali della “Generazione del ‘27”. Uno strano
raggruppamento di poeti, pittori, cineasti, musicisti e architetti che
condividevano la tensione per il rinnovamento. Nei poeti, in particolare, è
evidente una spinta comune alla revisione dello stile barocco,
all’antiretorica, per poi finire, però,
per imprimere ciascuno alla propria
produzione direzioni diverse.
- Gordie, ora bisogna fare
un altro brindisi!-prorompe Zoé, appena conquistato il loro tavolo - Che gioia,
e che fatica contenerla tutta durante
l’esibizione! Avevo dimenticato la grandezza del “Secolo d’argento delle lettere spagnole.[21]
-Mi sono chiesto davvero
come fosse possibile vederti tanto a lungo in silenzio … -interviene Gordon -
Dai! Scherzavo! Come siamo suscettibili,
però … Non prendertela, non è il caso di
fare quell’ espressione imbronciata! Allora, su, brindiamo alla Spagna, ai suoi
grandi poeti e a Sant Jordi! - e poi continua -
Penso poi che abbia molto contribuito la forza comunicativa, quella
meravigliosa capacità di trasmettere emozione delle Donne di Carta, non credi? Proprio brave! Così diverse, ma tutte
possedute da quella tensione, da quella concentrazione assoluta che crea, su di
te che ascolti, un legame così intenso, una sorta di filo invisibile che si
tende fra i due poli, una sorta di effetto calamita che consente la piena
condivisione del piacere di ogni rivisitazione. Penso proprio che la Donna di
Carta quando dice il suo pezzo diventi il poeta, anzi di più: si identifichi e
faccia percepire con il suo corpo e la sua voce
il testo stesso da lei scelto e amato.
In realtà ci fa assistere alla
sua piena immersione nella vocalità del testo: c’è un misterioso ponte
gettato tra la scrittura e la voce … Anche là dove un testo non nasce
per essere accompagnato da strumenti musicali, diventa tuttavia materia musicale, nel momento in cui viene detto in
un certo modo …
- Come al solito, molto
profonda la sua riflessione, Mr Fisher, unita a molta galanteria! Nei miei
confronti e nei confronti delle belle Donne di Carta!-replica ironica Zoé-
Comunque, anche io ho apprezzato la loro capacità di mettersi in relazione col pubblico, che,
mi sembra, abbia anche saputo cogliere
l’occasione. Un’opportunità, del resto, per tornare alle origini, Omero, i
Troubadours … Io , però, se permette, Mr Fisher, io ho provato qualche
preferenza. Ho apprezzato in modo
particolare il risultato del lavoro del ” poeta per grazia di Dio (e
del diavolo)”, devoto “ della tecnica e dello sforzo”[22] nel suo madrigale.
Come sottrarsi al sortilegio di quel bacio succoso e intenso
come una “melagrana profonda e spalancata
“sulla sua bocca, pur delicata e fragile come una rosa di carta!
- Dai –la interrompe Gordon premuroso - ora mangia piuttosto questi succosi
frutti di mare, se la paella si raffredda
non ti piacerà e sarà un vero peccato! Comunque hai ragione. Lo sai come sono
sensibile all’eterno femminino … Ma non è solo questo. La poesia è l’arte del “dictare”, è quasi retorica, più che
letteratura:
ricordati Dante. La poesia nasce come arte orale e lo è sempre rimasta. Il
tratto in cui non lo è stata più è davvero infinitesimale. La dimensione vocale
è fondamentale nel testo scritto. Sai già come la penso: il metro, il ritmo
sostengono la struttura e finiscono per costituire l’impianto, l’impalcatura
delle figure, perfino nel tuo adorato Rimbaud! Considera, ad
esempio, come quella voce di velluto ha
reso davvero unici quei versi di Federico Garcia Lorca! E inoltre, che invidia intravvedere quel
paradiso in terra, costruito semplicemente con un campo silenzioso dove scorre
con discrezione un fiume, dove è una piccola fonte e dove i baci degli
innamorati sono “sonori nèi nell’eco”. Un vero “Paradiso perduto”! Se poi pensi
alla sua vita, all’esilio, alla fucilazione … Che crudele, dannato contrasto!..
Zoé si è interrotta un
attimo per bere un sorso, ma tesa, subito aggiunge- Certo, penso che fosse
inevitabile l’esilio negli anni della dittatura franchista per uomini capaci di immagini impalpabili e libere,
perciò tanto affascinanti. Pensa a
quelle di Rafael Alberti coi suoi ”valzer del cielo” che i venti suonano
nei capelli di lei, mentre la prima luna degli innamorati fa capolino dietro al suo ventaglio. Che sapiente capacità di collegarsi con i fervori
innovativi delle avanguardie europee e, nello stesso tempo, rendere omaggio ai
maestri, come Béquer,[23], di sapere insomma trovare il punto di equilibrio
e di sintesi che permette di recuperare una vena neo-popolare, di essere il
poeta di tutti, rifiutando ogni odore di accademia, e tuttavia raggiungere con
naturalezza e semplicità una eleganza e una raffinatezza estreme. Quanto a ritmo, metro, lo sai,io preferisco
privilegiare i termini armonia /disarmonia . Credo che in certi
testi una certa disarmonia insistita, a volte aggressiva, addirittura
corrosiva, è il vero supporto alla efficacia figurale. In questo senso posso
condividere il tuo modo di sottolineare
la musicalità di un testo poetico. Ma … Ancora una curiosità. Hai colto anche tu qualcosa di diverso, di
più autentico e diretto in questa, non saprei come chiamarla esattamente, performance in rapporto alle altre esperienze in cui l’ attore
dice o legge poesie?
- Allora, andiamo con ordine- riprende Gordon
- Prima un’osservazione sui maestri spagnoli: il punto di equilibrio tra
opposti, appunto, mi sembra anche l’elemento comune delle personalità, per
altri versi, molto differenti, dei componenti di questo gruppo straordinario di
intellettuali. La sintesi che Lorca seppe trovare tra tradizione colta e
popolare, tra avanguardia e tradizione è quella che io ritrovo nella poesia pura
di Pedro Salinas intessuta di intelligenza e di sentimenti senza mai scadere in
sentimentalismi e, tantomeno, in intellettualismi. Piuttosto, un rifuggire
dalla retorica, una ricerca severa del
linguaggio, essenziale, spoglio, che ti riporta ai valori essenziali
dell’essere, alla nudità vera dei pronomi. ” La voce a te dovuta “ è davvero
magnifica, non sei d’accordo?
- Sì, certo-concorda Zoé, ribattendo però
subito dopo- Ma è proprio qui che risiede il loro fascino. Pensa alla loro
ammirazione per Antonio Machado, appena una generazione precedente alla loro,
e, tuttavia, con la forza di creare un modo originale per esprimere la propria
preoccupazione per i problemi dell’Uomo . Io penso a Vicente Aleixandre e alla
sua “Figlia del mare ”, alla “ generosa
presenza” della sua “bellezza irresponsabile”, alla sua ”innocenza offerta ad
occhi savi” come una “conchiglia lasciata dalle onde”, come la “spuma che resta
quando la riva si ritrae”. Quanto lontano il sogno, quanto fondate le
inquietudini …
- È vero-continua Gordon - Come il grande
Machado che accenna a qualche mistero, improvviso ed etereo, come la storia
d’amore che s’incardina nel cuore del poeta che ricorda come nella vita c’è molto di incompreso e che è pronto
tuttavia ad afferrare il ritmo nuovo dello spazio, impresso dalla mano di lei
che si posa sul suo braccio, l’imprecisa cosa felice che la brezza dice sui
rami senza saperlo, che fa riapparire il
quadro della sua vita nella quieta piazzetta tra le acacie fiorite e la limpida
fonte o la dorata assenza incantata o infine quell’amore che nel confuso
specchio rompe gli scenari dei suoi crepuscoli antichi. Aleixandre si lascia
trafiggere dagli occhi azzurri della figlia del mare che raggiano e si lascia
legare al caldo nodo della sua presenza. Devo confessarti che sono stato
conquistato dalle movenze, in sintonia con il movimento del mare, e dallo
sguardo incantato e luminoso della suadente Donna di Carta che l’ha rievocata
per noi - e, dopo una rapida occhiata preoccupata alla sua interlocutrice, prosegue:
- Aleixandre è un poeta legato al suo mare, ma con un forte legame anche con la
sua terra: la sua originalità non si lascia contaminare dalle scosse
sismiche delle avanguardie europee, ma
affonda le sue radici nella tradizione
del suo paese che non abbandonò neppure per l’esilio. La sua poesia angosciata
ed esistenzialista è testimonianza alta della durissima guerra che fu vissuta dal suo
popolo...
-Sei proprio un incorreggibile maschio -lo interrompe Zoé-
e non solo britannico! Ma quanto charme
in quel sondare le profondità dell’essere e della storia … Confessa
che lo fai apposta per sottolineare la
mia natura compulsiva che ti disturba. E, ora, la mia piccola curiosità … sono
sempre in attesa …
-Oh! Basta coi
battibecchi e le sfide scherzose -propone Gordon sorridendole- Ognuno è come è.
Sono d’accordo con Salinas. L’ideale sarebbe esserlo senza maschere e senza
orpelli, ma è utopico. Se vuoi il mio parere, dunque, sì, è proprio vero. Se
devo essere sincero, ho provato spesso un certo fastidio, quando mi sono
trovato di fronte a un attore dalla forte personalità, specialmente se interpretava
un poeta che conoscevo bene e che amavo particolarmente. Non mi piaceva che la
sua visione del mondo soffocasse quella
che secondo me era del poeta. Oggi, invece, la donna che era corpo
in scena, che diceva versi era riconoscibile per la verità che stava in quel
momento dicendo, che sgorgava direttamente dal testo; mi è sembrata, di volta
in volta, un corpo-voce prestato al corpo-voce del testo poetico, la sua strada
autentica per interpretare il mondo.
Insomma, secondo me, nella Donna di Carta (che non è un attore che recita
poesie) il suo ego non traspare, totalmente cancellato per l’immedesimazione
piena con la verità carismatica del poeta.
Ecco perché ci sono particolarmente piaciute. Eccola, secondo me, la
natura del rapporto diretto, che però è frutto di amore e di attenta ricerca. Ora
però - aggiunge pomposamente- è tempo per
la conclusione degna di una serata così intensamente ricca di emozioni diverse;
lasciami allora chiudere adeguatamente,
imprimendo ancora un segno all’atmosfera
festosa che ci circonda e alzando
insieme i bicchieri di un’abbondante e robusta sangria … Il sigillo di un momento
prezioso di sogno!
È proprio vero! Gordon ha ragione. I poeti, questi artigiani
capaci di dominare le parole e ricavarne incantesimi, sanno bene che la più
ricca delle esperienze umane è anche la più limitata nei suoi mezzi
d’espressione e che le parole possono uccidere l’amore. Forse è dunque perché
conoscono questa verità che spesso scelgono, per cantarlo, la via del sogno,
sfruttando i tesori dell’immaginazione, sfalsando i piani di quel mare agitato
delle emozioni illogiche, confuse del
desiderio e finiscono così per arredare la nostra memoria con i particolari più
leggeri, scorrevoli e splendenti che arricchiranno per sempre la realtà dei
nostri rapporti.
Che cos’è che rompe nello specchio
confuso gli scenari dei crepuscoli antichi dell’amore: il tempo vano di una
sera inutile, la dorata assenza, la sembianza liquida o semplicemente l’alba
vera che si è accesa tra i monti?
È solo l’incantesimo del
sogno che può cancellare tutti i connotati e permettere di
ritrovarci in allegria liberi e puri per amarci nell’universo spoglio e
sano dei pronomi, per quel che essenzialmente siamo,IO e TE.
Perché il poeta vorrebbe essere sabbia
e sole, dove lei si distende per riposare e lasciare poi l’impronta tenera e
tiepida del suo corpo, accarezzato dal
bacio lento di lui, vorrebbe essere vetro, tessuto, legno, materia che
conserva nello spazio e nel tempo colore e profumo, che sarebbe familiare al
tocco di lei, che, per abitudine, lei vedrebbe senza dover guardare. Vorrebbe essere la sua allegria e il suo
amore. Certo, proprio tutto questo il poeta sogna di offrire alla sua
innamorata, ma non può che offrirle che quello che nella realtà egli
semplicemente è.
Una collana di grani, lievi come
fiocchi di nuvole e limpidi come gocce
di cristallo, quella del sogno, dell’universo impalpabile e paradisiaco tratteggiato dai grandi
maestri spagnoli nei loro versi appena ascoltati, in armoniosa
sintonia con la tradizione della speciale festa di Sant Jordi dedicata alle parole di inchiostro
della poesia e degli innamorati.
Una collana di parole che, per lo
spessore onirico e il sapore talora un
po’ sciamanico, hanno la forza di nutrire e rinvigorire quel sentimento, quella
passione, quel desiderio che il linguaggio verbale inadeguato del quotidiano
potrebbe fare appassire.
Più tardi, a bordo: -Domani sera, toccherà a te presentare “Versi di carne e
desiderio”.
-Sì, prima dello spettacolo di flamenco.
-Sarà un successo, ne sono certo.
Buonanotte, amore.
[1] Dette anche Persone-libro,da
quando anche qualche uomo si è aggiunto al gruppo.
[2] Rafael Alberti,nasce a Puerto de
Santa Maria,vicino a Cadice,Andalusia,Spagna,nel 1902e muore nel paese natale
nel 1999.
[3] Poeta spagnolo del XIX s.
[4] Rafael Alberti,”Terzo ricordo”, daTre ricordi del cielo in Degli
Angeli, a cura di Vittorio Bodini, Einaudi editore.1976.
Le
liriche degli angeli sono state composte nel 1929.
[5]Vicente Aleixandre nasce a
Siviglia, Andalusia, Spagna, nel 1898 .Gli è conferito il Premio Nobel per
la letteratura nel 1977. Muore a Madrid nel 1984.
[6] Vicente Aleixandre, ”Figlia del mare”, da Elegias y poemas
elegiacos,1935 , in La Distruzione o
amore, Einaudi editore, 1970.
[7] Juan Ramon Jimenez Mantecon nasce
a Moguer nel 1881, è insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1956.
Muore a San Juan nel 1958.
[8] Juan Ramon Jimenez,”Gora” da Eternità, 1918,
in Poesie
d’amore, a cura di Guido Davico Bonino, Einaudi, 2007.
[9]Antonio Cipriano José Maria y
Francisco de Santa Ana Machado y Ruiz nasce a Siviglia, Andalusia, Spagna, nel
palazzo di Las Dueñas nel 1875 e muore a Collioure, Pirenei
orientali, Francia,nel 1939.
[10] A .Machado,”Canzoni d’altopiano”, in Opera
poetica, Le Lettere, 1994.
[11] Sotto il nome della musa Guiomar
si nasconde la scrittrice Pilar Valderrama Martinez Alday Pedrera,di cui il
poeta si era follemente innamorato. Era nata
a Madrid nel 1889 da famiglia
borghese. Nella sua autobiografia Sí,
soy Guiomar “(Sì,sono Guiomar) del 1981, racconta dell’incontro - avvenuto quando aveva 39 anni, dopo che non
aveva ottenuto risposta al precedente invio di una raccolta di sue poesie,Il giardino recintato, e del successivo
rapporto con il poeta, già famoso e da lei molto apprezzato.
[12] A. Machado, ”Canzoni a Guiomar”, in Paesaggi
d’amore, Passigli editore, 2010.
[13]La comunità senza leader della “Generazione
del 27” lo aveva eletto a maestro.
[14] Federico Garcìa Lorca nasce a
Fuente Vaqueros, Granada, Andalusia, Spagna nel 1898. Muore, fucilato dai
Falangisti e gettato in una fossa comune, senza nome, il 16 agosto 1936 nei pressi di Fuente Grande de Alfacar, vicino
a Granada.
[15] Federico Garcìa Lorca,”Madrigale”, in Poesie ,
Bur, Biblioteca Universale Rizzoli, 2004. Madrigale:componimento di natura musicale,
di tipo idillico-amoroso. È formato da due o tre brevi strofe cui seguono una o
due coppie di versi a rima baciata(Petrarca).Diverso il madrigale del’500:versi
dal metro variamente alternato con rime libere.Questo è stato scritto nell’
Ottobre del 1920 da Federico Garcìa
Lorca a Madrid.
[16] Federico Garcìa Lorca, ”Desiderio”( 1919), da Poesie
di Federico Garcìa Lorca, Bur, Biblioteca Universale Rizzoli, 2004.
[17]
Pedro Salinas y Serrano nasce a Madrid,Spagna, nel 1891 e muore a
Boston, Massachusetts, USA, nel 1951.
[18] Pedro Salinas,” La voce a te dovuta” , scritta nel 1933,
pubblicata da Einaudi, nella raccolta con il titolo La voce a te dovuta nel 1979, a cura di Emma Scoles.
[19]Pedro Salinas,”Io di più non posso darti”, da La voce a te dovuta, op.cit..
[20] La Residenza si poneva
il compito iniziale di supportare l’insegnamento universitario attraverso la
creazione di un ambiente intellettuale e di convivenza fra studenti e insegnanti, fra
gli uomini delle arti e quelli delle scienze, con un marcato stampo umanistico,
e di essere il centro di accoglienza
delle avanguardie europee. Lorca, Dalí e Buñuel furono tra i residenti più
prolifici. Lo scrittore Miguel de Unamuno, il compositore Manuel de Falla, i
poeti Juan Ramòn Jimènez, Pedro Salinas e Rafael Alberti, il filosofo Josè
Ortega y Gasset -per citarne solo alcuni- si potevano spesso incontrare agli
appuntamenti della strapiena agenda culturale della casa. Anche Albert
Einstein, Paul Valery, Marie Curie, Igor Stravinsky, John M. Keynes, Walter
Gropius, Henri Bergson, Le Courbusier vi passarono per scambiare conoscenze e
impressioni. La casa si trovava in una zona tranquilla di Madrid, su un colle
battezzato dai poeti come Colina de los Chopos (Colle dei Pioppi). Aveva
una cinquantina di camere, molto austere e semplici (letto di pino, vaso da
notte, libreria, scrivania e due sedie). Le occupavano giovani, dai 15 anni in
avanti per i quali i genitori, o loro stessi, avevano scelto una educazione
alternativa a quella dell’Università Centrale. La Residenza si finanziava con
gli affitti pagati dagli studenti, anche se dopo qualche anno una parte dei
fondi furono destinati a creare borse di studio per i meno agiati. Come unico
lusso, in mezzo a questo clima di silenzio e austerità, c’era un pianoforte nel
salotto del piano terra. Lo suonava spesso Lorca dopo la cena. Nella loro vita
quotidiana, gli studenti adottavano le abitudini inglesi, considerate più
adatte allo sviluppo della creatività, con pasti anticipati sugli usi spagnoli
e tè in giardino alle cinque di pomeriggio. La poesia è stata forse l’attività
che si è sviluppata tra quelle mura nel modo più bello e profondo. Raramente
era il centro della vita collettiva, tranne nella camera di Lorca, che invitava
spesso gli amici a letture di versi. Nella residenza nacque la cosiddetta
Generazione del ‘27, che raccoglieva un gruppo di poeti rinnovatori. Erano
giovani, quasi sempre colti, benestanti, repubblicani e di sinistra. Hanno
scritto una delle pagine più importanti della letteratura spagnola. È qui che
Lorca,Alberti e Salinas scrissero ‘El
Manifesto de la Colina’.
[21] Gli Spagnoli chiamano il Novecento il secolo d’argento delle lettere ” per distinguerlo
dal secolo d’oro di Cervantes.
[22]Definizione della condizione/del mestiere di poeta di
Federico Garcia Lorca.
[23] Poeta spagnolo del XIX secolo; un
frammento di un suo verso è in epigrafe della poesia di Rafael Alberti “Terzo ricordo”, vedi pagine precedenti.
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