domenica 20 dicembre 2015

4.Qualche pagina dell'antologia da sfogliare.1.



LA RICCHEZZA DELLA DIVERSITA’ovvero L’IMPORTANZA DEL CONFRONTO

In piena autarchia fascista  Ugo Guanda pubblica in Italia Garcia Lorca. A metà degli
anni ‘60,proprio quando il subcontinente indiano conquistava la sua indipendenza,
sempre lui,ci faceva anche conoscere con la sua “Antologia della Poesia  Moderna
Indiana”gli autori più rappresentativi che si esprimevano nelle quattordici principali
lingue di quel paese sterminato e tormentato. Negli stessi anni,mi pare nel 1964,Giulio
Einaudi fondava la collana bianca di poesia e ci faceva conoscere tra gli altri Omar
Khayyam e Hafez.Oggi,nella cosiddetta età della globalizzazione,sono scomparsi  i
Capitani Coraggiosi . E non sono la mediatizzazione e l’informatizzazione della
comunicazione la causa del problema,ma semmai il loro uso distorto a contribuire
 alla limitazione della lettura e anche alla riduzione dell’orizzonte culturale all’Europa
e,al massimo,agli USA.Il vero problema è in realtà costituito dal fatto che ci si è
interessati soprattutto ad una globalizzazione economica,anzi prevalentemente finanziaria,considerando quella culturale  un elemento marginale,dunque trascurabile,
se non addirittura dannoso.Se poi passiamo all’esame dell’universo della poesia,i dati
diventano addirittura catastrofici.E non alludo alla conoscenza dei cantori orali – che
pure  sopravvivono,vivaci e sanguigni ,anche da noi,in Toscana ,per esempio-o a
giovani talenti-che fanno,come sempre, molta fatica ad emergere .Penso invece
 soprattutto a personaggi molto affermati nei loro paesi, che,però,al di là delle loro
frontiere nazionali ,si trasformano in perfetti sconosciuti,come accade per Mahmud
 Darwich.
     È il grande poeta Mahmud Darwish[1] a rappresentare da solo la Palestina con
 i suoi poemi. È un grande visionario a cui Marcel Khalife dedicò tanta musica e un
 affetto condiviso da milioni di Arabi “dall’oceano al golfo”come si suole dire laggiù.
     La sua è una poesia di parole dove la terra natale martoriata e quella mutevole
dell’esilio alimentano immagini che si inseguono e si accavallano come fiammate 
improvvise,come folgorazioni di luce da cui il lettore è abbagliato. Una poesia
che,anche nella traduzione,conserva il fascino straordinario di quelle parole
che formano un turbinare di miraggi leggeri e splendenti come la levitazione
dei Dervisci durante le loro danze mistiche,anche se va inevitabilmente perduto 
il senso originario del ritmo e del suono,fondamentali alla loro natura di canti.
    Due i testi che qui riproponiamo ai nostri bloggers.                                      


Canzone di nozze[2]  

Sono venuta da te come gli astronauti,
di pianeta in pianeta. La mia anima
si apre dalle tue dieci dita sul mio corpo.
Prendimi a te, porta la colomba
 ai confini del grido sui tuoi fianchi:l’orizzonte
e l’eco. Lascia i cavalli galoppare invano
dietro di me,ché non vedo ancora la mia immagine
nella loro acqua … Non vedo nessuno,
nessuno,non ti vedo. Che ne hai fatto
della mia libertà?Chi sono dietro
le mura della città?Non una madre a strofinare
i miei lunghi capelli con il suo eterno henné
non una  sorella che li  intrecci. Chi sono fuori dalle mura,
tra i campi neutri e un cielo grigio?Sii
mia madre nel paese degli stranieri e portami
dolcemente verso ciò che sarò domani.

Chi sarò domani?Nascerò dalla tua
Costola,donna senz’altra preoccupazione
Che decorare il tuo universo?O piangerò laggiù
Una pietra che guidava le mie nuvole all’acqua del tuo pozzo?
Portami ai confini
Della terra prima che il mattino spunti su una luna
In lacrime di sangue nel letto. Portami dolcemente
Come la stella porta i sognatori, invano
E invano.
Invano guardo dietro ai monti di Moab
Nessun vento a riportare il vestito da sposa. Ti amo,
ma il mio cuore vibra del ritorno dell’eco e langue
per un altro iris. C’è tristezza più ambigua
per l’anima della gioia della ragazza
per le sue nozze? E ti amo benché mi ricordi
di ieri e mi ricordi di aver dimenticato
l’eco nell’eco.
Eco nell’eco,sono venuta da te
Come il nome,che passa di essere in essere.
Poco fa eravamo due stranieri in due paesi lontani,
cosa sarò  dopodomani quando sarò due?
Che ne hai fatto della mia libertà?
Più ti temo più ti avvicino,

e non ho meriti,amore mio straniero,
se non la mia passione.
Sii dunque una volpe buona tra le mie vigne
E con il verde dei tuoi occhi fissa il mio dolore.
Non tornerò al mio nome e alle mie steppe
Mai più
Mai più.
               Il tema del dépaysement subito nell’incipit. Il faticoso cammino per tappe 
d’avvicinamento alla meta della sposa promessa,che è,allo stesso tempo,il sofferto 
allontanamento dal proprio paese – come un astronauta che vaga nel cosmo – procede
 parallelamente con il dipanarsi del groviglio di dubbi che provoca il senso di identità 
perduto. La giovane non vede ancora la sua immagine riflessa in un paese dai campi 
non familiari e dal cielo grigio e rimprovera il suo amato di essere all’origine dello 
smarrimento dell’aspetto privato dell’immagine di sé,della perdita dei legami,degli
affetti,della famiglia, che si riconoscevano nelle semplici,rassicuranti pratiche
 quotidiane d’un tempo. Ed ecco allora l’invocazione perché il suo sposo sia materno
 in terra straniera e la guidi ai confini del sogno prima che giunga l’alba a fissare la 
sua identità futura. Non vuole essere una sposa che sia l’ornamento aggiunto all’universo 
di lui né quella che altrove avrebbe potuto essere la superficie riflettente che avrebbe
 contribuito con l’acqua delle sue nuvole ad arricchire il suo pozzo. Quali sembianze
 assumerà inoltre il suo aspetto fuori dalle mura? L’amore della giovane sposa è 
appassionato,ma un velo inconsueto attenua lo splendore della gioia per le sue nozze.
 È il ricordo malinconico per ciò che si è cancellato. L’amore è allora ancora più
 prezioso e forte perché resiste allo struggente ricordo del passato e al ricordo della
 forza necessaria a volerlo cancellare. I due stranieri ,che erano in due paesi lontani,
 stanno per spogliarsi delle loro identità individuali per fonderle in una?Oppure ,sarà
 soltanto la giovane donna che dovrà trasformare la sua unicità plasmandola sulla 
seconda,su quella di lui?Avrà così esposto pericolosamente al rischio la sua libertà?
Ma questi dubbi,queste inquietudini sono fonti di conoscenza e di avvicinamento al
“volto dell’Altro”[3].La passione sincera che si schiude alle sue carezze rende più
 sicura la determinazione a non tornare sui suoi passi. Mai più si riapproprierà del
 suo nome,mai più tornerà a calcare la sua terra.

 o per F. Farrokhzad[4],poetessa iraniana.

Ecco l’insinuante inquietudine del suo notturno:

Il vento ci porterà via. [5]

Nella mia piccola notte, ahimè,
il vento ha un appuntamento
                          con foglie d’alberi.
Nella mia piccola notte
C’è l’angoscia della distruzione.

Ascolta,
senti il sibilo delle tenebre,
come un vento che bussa?
Io,avvezza alla mia disperazione,
 guardo questa felicità come una straniera.
Ascolta,
senti il sibilo delle tenebre,
 come un vento che bussa?

Nella notte
In questo momento
Accade qualcosa.
La luna è rossa e confusa
E su questa volta che ad ogni istante rischia di crollare,
le nubi, come una folla in lutto,
spiano il momento della pioggia.
                                         Un istante
                                         E poi, niente!
                                         Dietro questa finestra, la notte sta tremando
                                         E la terra smette di girare,
                                         dietro questa finestra qualcosa di ignoto
                                         si inquieta per me e per te.
                                         O, tu, corpo fresco del verde ,
                                         come una sensazione calda dell’essere
                                         alle carezze delle mie labbra innamorate
il vento ci porterà via
metti le tue mani come un ricordo bruciante
                                        nelle mie mani innamorate
                                        e affida le tue labbra
                                      
il vento ci porterà via».
   
 … dove si ripete l’immersione in una natura partecipe dell’angoscia degli amanti,
che sperano nella forza liberatoria del vento,come motivo costante della tradizione
poetica orientale. I poeti iraniani contemporanei sembrano, però, essersi spogliati 
di ogni velo mistico. La poesia per Forugh Farrokhzâd ,per esempio,è “un modo di 
comunicare con l’esistenza, con la totalità dell’essere”[6]”L’arte – aveva anche detto
 -è l’amore più forte d’ogni amore e ti permette di raggiungere la totalità dell’esistenza 
solo quando ti arrendi a lei con tutto il tuo essere”[7]. Quando il protagonista di “ Il 
vento ci porterà via”[8] del regista iraniano Kiarostami, si rende conto, malgrado 
l’insistenza, che non riesce a comunicare con la ragazza che munge nell’ombra, 
accanto a una vacca e una piccola lampada ad  olio poggiata a terra, reciterà allora
 per lei i versi d’amore della poesia di Farrokhzâd. E questo, si intuisce, finalmente
 lo avvicinerà ad un mondo altro e fino ad allora a lui estraneo.
                                                           
                                                                       *°*°*°*
Eccolo dunque il nodo del problema:questa globalizzazione in atto  soprattutto
economica,anzi prevalentemente finanziaria ,si disinteressa della dimensione
culturale dove l’ignoranza diffusa della diversità non può far altro che produrre
con le spinte localistiche anacronistiche,i radicalismi isterici quanto sterili e gli
integralismi insensati sospetti e paure diffusi e  infecondi.
   Pur consapevoli della piccolezza della fatidica goccia nell’oceano,su questa
analisi abbiamo costruito –Isabella Nicchiarelli ed io - l’architettura dell’e.book
“326 poesie dal mondo per una storia d’amore”.
Una  ricerca quasi puntigliosa della differenza e la documentazione della sua
ricchezza e vitalità,quando può nutrire il confronto e contribuire a sintesi 
tutt’altro che schematiche.
E’ ,forse,interessante proporre qualche esempio su cui riflettere,e scoprire
probabilmente quanto sia fertile il confronto tra culture lontane,come proprio
da questa pratica salutare derivi linfa preziosa di valori e di efficacia espressiva.
                                                           
                                                                *°*°*°*
Celan  e e.e.cummings ,ovvero la voce del vecchio e del nuovo continente.
           
   Il  linguaggio poetico  è  da sempre particolarmente vocato  all’espressione 
degli universi notturni, dell’inconscio, del profondo con il  suo codice simbolico.
La lirica sa esprimere  proprio quel  momento prezioso della sintesi  tra 
immaginario e simbolico che la figuralità  della  sua espressione favorisce. 
Può così cogliere istanti di pulsioni e forze interiori  che sono vitali e palpitanti
 all’interno di quel magma amorfo dove si annodano i  fondamenti,le spinte di vita.
            È perciò interessante  andare a vedere  alcuni esempi di espressione della 
corporeità che si riferisce non soltanto al materiale e al visibile, ma anche 
quell’insieme di fantasie,di simbolizzazioni che determinano 
l’identità, la concettualizzazione e la consapevolezza del sé.
           Se per secoli il desiderio  si è espresso, in letteratura, nella lontananza, 
nell’assenza, alimentandosi ad un tempo  con il topos dell’inestinguibilità,  
fino a renderlo il cardine della tradizione lirica, è davvero stimolante 
andare a vedere quanto abbiamo  conquistato la libertà dall’autocensura e 
come la stiamo esercitando.       
         È cioè importante andare a documentarci sui diversi risultati che hanno 
prodotto,per esempio, l’esodo e l’esilio, che hanno trasformato il pianeta
in un enorme contenitore dove le pareti dei comparti-stagno si sono
fatte più sottili, permeabili;  dove il punto di vista delle culture dominanti 
può avere talora il contrappunto delle culture altre minoritarie; dove,
nell’arco del secolo, più generazioni si misurano, come anche più generi; 
dove le sensibilità  culturali  delle più lontane regioni del pianeta possono 
essere messe a confronto. Il tutto riferito al corpo e alle emozioni  che sa
suscitare secondo i molteplici, possibili punti di vista.
        Da sempre infatti il corpo dell'amato/a  accende il fuoco del desiderio, 
ma più raro è stato il suo canto. È stata una conquista graduale la nostra 
e le modalità del sentire sono molto diversamente coniugate, nello spazio, 
nel tempo e, solo recentemente, anche nei generi.
             Sorprendono alcuni confronti  tra poeti del Vecchio e del Nuovo
 Continente. Dall'Europa germanofona all'America anglofona ritroviamo 
gli stessi stilemi per cantare il corpo della donna con due titoli ai testi che, 
però, segnano l'opposto punto di vista.
          Un ritratto dai colori scurissimi, "Ritratto di un'ombra" di Paul
 Celan[9] che,ripercorrendo analiticamente ogni  elemento del corpo 
della sua donna, gli affianca  immagini segnate da forte aggressività, 
quando non  corrosive e perfide:                             

Ritratto di un’ombra[10]

I tuoi occhi, orma di luce dei miei passi;
la tua fronte, solcata dal lampo delle spade;
i tuoi sopraccigli, orlo della rovina;
le tue ciglia, messi di lunghe lettere;
i tuoi riccioli, corvi, corvi, corvi;
le tue guance, stemma del mattino;
le tue labbra, ospiti tardivi;
le tue spalle, statua dell'oblio;
i tuoi seni, amici delle mie serpi;
le tue braccia, ontani alla porta del castello;
le tue mani, tavole di morti giuramenti;
i tuoi fianchi, pane e speranza;
il tuo sesso, legge dell'incendio boschivo;
le tue cosce, ali nell'abisso;
i tuoi ginocchi, maschere della tua boria;
i tuoi piedi, teatro d'armi dei pensieri;
le tue piante, cripte di fiamme;
la tua orma, occhio del nostro addio.
        
            Edward Estlin Cummings (e.e.cummings)[11] nel suo "Cara" 
traccia anche lui la mappa del corpo dell'amante con cura minuziosa,
ma per esaltarne, invece, le virtù regali, dove luce, colori, suoni,
profumi riescono ad esprimere il meglio di sé. E, anche quando
i capelli o le spalle evocano in lui immagini guerriere, il senso 
attribuito è quello del valore trionfante che hanno assunto ai suoi occhi:         

cara[12]

cara
i tuoi capelli sono un regno
 dove sovrana è l'oscurità
la tua fronte è una fuga di fiori
la tua testa è bosco vivo
 pieno di assonnati uccelli
i tuoi seni grappoli d'api bionde
 sul ramo del tuo corpo
il tuo corpo è per me aprile
dalle sue ascelle giunge primavera
le tue cosce pariglia di bianchi cavalli  a un cocchio
 di re
sono il tocco d'un buon menestrello,
e sempre vi risuona un dolce canto
 cara
il tuo capo è uno scrigno
per la fresca gemma della mente
i capelli sul capo sono un guerriero
ignaro della sconfitta
i capelli sulle spalle un'armata
di vittorie e di trombe
le tue gambe sono alberi di sogno
i suoi frutti vero mangiare d'oblio
le tue labbra satrapi scarlatti
nei cui baci combaciano i re
i tuoi polsi
sono santi
custodi del tuo sangue
i tuoi piedi sulle caviglie fiori in vasi
d'argento
nella tua bellezza oscillano i flauti
i tuoi occhi tradiscono
campane intese fra incenso     

   Due seduzioni ritmiche martellanti quasi a dire  la propria diversa ossessione, 
quasi  sovrapponibili, come a lanciare, però, due opposti messaggi: quello cupo
e irridente della voce del Vecchio Continente contro quello solare, caldo ed 
esaltante di quella del  Nuovo Mondo.    

    
 Prevert e Sebti,ovvero l’eco del l’Europa nell’Africa post-coloniale.


PRIMA COLAZIONE. [13]                                                      NOTTE DI NOZZE [14] .                               
Ha messo il caffè 
 Nella tazza
Ha messo il latte                                                                   Ha messo la chiave
Nella tazza di caffè                                                               Nella serratura
Ha messo lo zucchero                                                           Ha bussato con violenza
Nel caffelatte                                                                        Ha spinto la porta
Col cucchiaino                                                                        Con violenza
Ha girato                                                                                È entrato
Ha bevuto il caffelatte                                                          Ha camminato  
Ha riposato la tazza                                                              Ha sollevato il velo
Senza parlarmi                                                                      Mi ha rialzato la testa
Ha acceso                                                                              Mi ha ghignato sul naso
Una sigaretta                                                                        Mi ha spogliata
Ha fatto i cerchi                                                                    Si è spogliato
Col fumo                                                                               Non mi ha detto niente
Ha messo la cenere                                                             Ha rotto uno specchio
Nel portacenere                                                                   Ha fatto tutto
Senza parlarmi                                                                     Ha fatto tutto alla svelta
Senza guardarmi                                                                  È uscito
Si è alzato                                                                             Aveva bevuto 
Si è messo il cappello in testa                                             Ed io
Ha messo                                                                             Ho preso
L'impermeabile                                                                   Le lenzuola fra i denti
Perché pioveva                                                                   E sono svenuta.  
Ed è partito                                                                         
Sotto la pioggia

Senza una parola                                                                              
io mi son presa
La testa tra le mani
e ho pianto».

         Se il corpo fa accendere il desiderio e cantare l’estasi, la sua gestualità
 è anche una forma di comunicazione molto immediata, espressiva. Ed
 è sorprendente ritrovare stilemi straordinariamente simmetrici in regioni
diverse del mondo per dire l'indifferenza subentrata all'amore o addirittura
 la violenza che  tout court  lo sostituisce.
Gestualità lapidarie, diversamente misogine.
         Quella alienata di cui si serve Prévert  per rappresentare con pochi tratti
incisivi l'interno urbano parigino, dove si consuma il dramma della solitudine
della donna di fronte a un compagno che l'indifferenza ha trasformato in un
automa, in un manichino dalle sembianze umane.
        Quella estrema  che si produce nell'interno algerino, dove Youcef Sebti[15] 
 ripercorre l'anafora martellante di Prévert per denunciare in modo
inequivocabile la violenza demente della notte nuziale brutale. L'effetto
è di produrre sbalordita indignazione nel lettore, anche per l'eco dei versi
prévertiani, che accresce la sua reazione rabbiosa, quando deve constatare
che in Europa come in Africa, sia pure con moneta molto diversa, a
pagare, nelle difficoltà della coppia, è sempre e comunque la donna.
Bersaglio colpito...per il talento dei due poeti.

Chazal e Roumer,ovvero le marginalità estreme di due culture a cui si aggiunge la
remota  posizione geografica non sottraggono interesse e originalità ai loro versi.

           Ecco alcune punture di spillo che vengono dalla lontana, solitaria
 e mitica  isola Maurizio[16],tanto cara a Baudelaire. L’isola ha aderito
all’UOA (Organizzazione dell’Unità Africana),di cui ha espresso 
anche la Presidenza nel 1976. La sua realtà è multietnica,multiculturale
e plurilinguistica, essendo 17 le lingue praticate nell’isola: l’hindi è
parlato dal 40% della  popolazione ed è lingua della comunicazione
quotidiana come il creolo usato dal dal 32%,il francese dal 4,5%,
(lingua di prestigio culturale e dei  media),l’inglese 0,3% ( lingua 
dell’amministrazione), sono le quattro lingue che giocano un ruolo
maggiore. I versi sono quelli di Malcolm de Chazal[17] che, con acuta
ironia intrisa di malizia sorniona,finiscono per ribadire ancora una
volta quella capacità tutta africana dell’uomo di immergersi nel fluido 
della natura fino all’indistinto,alla totale perdita delle rispettive identità,
alla percezione comune delle realtà.
        L. S. Senghor, incontrando il poeta-pittore su una spiaggia della
sua isola nel ’73,gli dice: ”La prima volta che ho letto Sens  plastique ,
il vostro capolavoro, ho  creduto che aveste sangue nero”. E Il Mauriziano
risponde:”Niente avrebbe potuto farmi altrettanto piacere. L’arte s’è 
rifugiata, è tornata alla fonte: in Africa e in India”. Breton ebbe a dire 
di quest’opera: ”Inteso niente di così forte dopo Lautréamont».

Dalla sua raccolta  “Senso magico”[18] mi piace citare i tre frammenti:

XCII                                                                                                     
L’ombra                                                                                               
dà del voi
alla luce
nei prati
e le dà del tu
nei boschi
                                                                                                          
DLXXVI                                                                                                              
L’acqua                                                                                                             
per pudore
stringeva
le cosce                                                                                                                    
il remo                                                                                                                  
passò                                                                                                                    
e la lasciò                                                                                                                                                                                                                            
vergine

XXV
“io ti amo”
disse la donna
- Fa’ attenzione
a non amarmi
 troppo
disse l’amante
perché torneresti
a te stessa
l’amore è rotondo[19]

           Giusto una citazione - per concludere infine  sui Caraibi francofoni 
o più precisamente sugli esiti della colonizzazione francese ai Caraibi- aiutati
ancora una volta dall’altro padre della negritudine, Césaire, in onore  di HaÏti,
che vide nel 1848, per la prima volta nel mondo, un popolo di schiavi neri
conquistare da soli la libertà e l’indipendenza: ”Il paese dove l’uomo nero si
è messo in piedi per affermare, per la prima volta, la volontà di formare un
mondo nuovo, un mondo  libero”.[20]
      Il poeta prescelto a rappresentare HaÏti è Émile Roumer[21]. Parte da
una  posizione indigenista tradizionale Tuttavia, molto presto sfrutterà una
vena più popolare e più impegnata. Amico di poeti beat statunitensi,possiamo
considerare Roumer come  uno degli artigiani del passaggio all’espressione
 vera del popolo haïtiano.
Un esempio  della sua poesia:

Il fidanzato con un solo paio di pantaloni[22]

Dadoune, se vi amo è perché siete una donna naturale,
senza fronzoli,né ipocrisia,né parlar francese;
siete slanciata come uno stelo di maïs, adorabile fidanzata,
il bacio della tua bocca ha più gomma  di una zuppa di tartarughe.

Che occhi avrà il figlio che concepiremo
quando avrò fatto benedire l’anello anche con pantaloni rattoppati?
Mi sento caldo come il fornaio premuto davanti al forno.
Che m’importa la mediocrità di una stanza in terra battuta
per far benedire l’anello alla cappella, non ti pare che sia l’ora?
Siete i dolci occhi della mia testa, e lo stelo di maïs del mio campo,
all’ombra dei bambù  le mie tartarughe nello stagno.

Quando avremo bevuto il tè di salvia e mangiato cham cham[23]
non è una soddisfazione piccola che avranno le mie viscere
quando ti sentirò pisciare nell’oscurità della mia stanza.

     






[1] Mahmud Darwish nasce nel 1941 nel villaggio di al-Birwa, in Galilea,Palestina oggi  distrutto . Nel 1948 - durante il primo conflitto arabo-israeliano - l'esercito di Israele scacciò i suoi abitanti  e lo rase  al suolo. I genitori di Mahmoud cercarono rifugio in Libano , ma riuscirono a  rientrare nel loro paese, illegalmente, l’anno successivo,diventato parte di Israele, i loro beni confiscati e alcun diritto di cittadinanza.
Pubblicò la sua prima raccolta di poesie, Foglie d'Ulivo, nel 1964. Divennero famose alcune poesie che raccontano la condizione dolorosa e folle dell'esilio. La poesia di Darwish assumeva un ruolo di riferimento collettivo per la causa palestinese.
Nel 1970   abbandonò definitivamente la Palestina/Israele per un periodo di studio in Unione Sovietica. Da allora trascorse la sua vita risiedendo per periodi diversi nelle principali città del mondo arabo: Il Cairo, Beirut, Amman. Dopo un periodo di esilio a Cipro, visse tra Beirut e Parigi. Lavorò anche al Cairo presso il quotidiano nazionale "al-Ahrām".La seconda metà degli anni ottanta furono l'epoca del suo maggiore impegno politico. Nel 1987 fu eletto nel Comitato Esecutivo dell'OLP. Si dimise nel 1993, perché contrario agli accordi di Oslo. Mahmoud Darwish ha redatto il testo della Dichiarazione d'Indipendenza dello Stato Palestinese, documento promulgato nel 1988 e riconosciuto da diversi stati.Dopo 26 anni di esilio, ottenne un permesso per visitare la sua famiglia nello stato di Israele.E’ morto  a Houston,Texas,USA, nel 2008, per le complicanze di un delicato intervento al cuore.
[2]Mahmud Darwish,da: “ Il letto della straniera”. Epochè ed., 2009.
[3] Cfr. Emmanuel Levinas. Filosofo contemporaneo, ebreo lituano naturalizzato francese.
[4]Forugh Farrokhzad nasce a Tehran nel 1935 e perde la vita in un incidente d’auto nel 1967 a Tehran.
[5]Forugh Farrokhzad,da “Tavallodi dighar(Un’altra nascita),Amir Kabir,Tehran,1964,trad. in franc. di Reza Hiwa e dal franc. di M. G. Bruni.
[6]Da “Conversazione con Forugh Farrokhzâd”,Morvarid,1977
[7] Forugh Farrokhzâd,da”Lettere scritte a Ebrâhim Golestân durante il suo viaggio in Europa,in”È solo la voce che resta”Aliberti ed.2009,a cura di Faezeh Mardani.
[8]“Il vento ci porterà via».(1999).Regia di Abbas Kiarostami.
[9]Paul Celan, pseudonimo di Paul Antschel, nasce a Czernowitz nel 1920.Poeta rumeno di lingua tedesca, di origini ebraiche, vive a Parigi dal 1948, dove muore nel 1970 gettandosi nella Senna dal Pont Mirabeau.
[10]Paul Celan, “Ritratto di un’ombra”, in Poesie, a cura di Giuseppe Bevilacqua, Mondadori, Meridiani,1998.
[11] Edward Estlin Cummings (ee.cummings), nasce a Cambridge, Massachussetts, nel 1894 e muore a North Conway, New Hampshire nel 1962.
[12]ee.cummings ,”cara” da Tulips and Chimneys,1923, in  Poesie, trad. di Mary de Rachewitz,Einaudi, 1987.
[13] Jacques Prévert,Prima colazione,da: “Paroles “,Op.Cit. Trad di M.G.Bruni.
[14]Yousef Sebti,Notte di nozze,da:”Anthologie de la nouvelle poésie algerienne“ Ed. Saint Germain.1986.A cura di J. Sénac Trad .di M. G. Bruni.
[15]Youcef Sebti, poeta algerino francofono, impegnato nella promozione della letteratura d’espressione araba, giornalista e chimico, nasce a Dijelli, El Milia, nel 1943, e muore a El Arrach nel 1993, una delle numerose vittime delle agitazioni politiche del suo paesein quegli anni .
[16] L'isola ha aderito all'UOA(Organizzazione dell'Unità Africana)di cui ha espresso anche la Presidenza nel 1976.La sua realtà è multietnica,multiculturale e plurilinguistica,essendo 17 le lingue praticate nell'isola:L'hindi è parlato dal 40 %della 
popolazione ed è la lingua della comunicazione quotidiana come il creolo usato dal 32% della popolazione,il francese dal 4,5%(lingua di prestigio culturale e dei media),l'inglese0,3(lingua dell'amministrazione),sono le quattro lingue che giocano un ruolo maggiore.i datisono quelli dell'antologia da cui sono tratti i frammenti poetici presentati - tratti dalla sua opera "Sens magique",1957 -:in "Littératures nationales d'écriture française"Bordaséd.,Paris,1986.

[17]Malcolm de Chazal nasce a Vacoas nell’isola Maurizio,che ebbe a definire la sua eterna fidanzata,dove trascorse
 infatti gran parte della vita,se si eccettua il periodo di studi in ingegneria dello zucchero all’università di 
  dello zucchero lo portò a estraniarsi dall’industria di famiglia. Muore a Curepipe, sempre nell’isola, nel 1981.
[18] Malcom de Chazal, Sens Magique. Lachenal e Ritter rieditano nell’83 l’edizione che nel ’57 l’autore aveva autoprodotto. La traduzione dal francese dei frammenti è di Maria  Gabriella Bruni. 
[19] Malcolm de Chazal, Frammenti ” XCII, DLXXVI, XXV, da Senso magico, in   Littératures Nationales d’écriture française, Bordas éditeur, 1986.Trad. dal francese di Maria Gabriella Bruni.
[20] Cfr. Bonjour et adieu à la nègritude, di René Depestre.
[21]Émile Roumer nasce a Jérémie(HaÏti) nel 1903 e muore a Francoforte sul Meno nel 1988. Educato in Francia, studia  Economia e Commercio in Inghilterra. È uno dei fondatori di Les  Griots,  giornale che succede a   La Revue Indigène -
da cui il movimento citato- il cui nome da solo segnala  l’importanza accordata  all’elemento africano in questa nuova concezione della cultura. Le opere più conosciute-vista la fragilità dell’editoria dell’isola, fatta quasi esclusivamente di giornali e riviste, come Le caÏman étoilé (1963); Rosaire, Couronne Sonnets (1964). 
[22] Émile Roumer,” Il fidanzato con un solo paio…”, in Conjonction, N°102,1966, D.R. Trad. di Maria Gabriella  Bruni.
Il passaggio dal al vousvoyer al tutoyer non è un errore del traduttore,quanto piuttosto un modo –molto rablaisiano,
peraltro –per sottolineare il turbamento emotivo del personaggio.
[23] Maïs arrostito e zuccherato che si accompagna all’aperitivo.

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